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Sansone e Sinwar: il suicidio non è uguale per tutti

A differenza di Sansone, Sinwar non muore solo, fa morire un popolo. Trasforma il martirio in una tecnica politica, la distruzione in un mezzo deliberato
di Giovanni Longoni lunedì 2 febbraio 2026

2' di lettura

Sansone, della tribù di Dan, era uno dei giudici, o shoftim, degli ebrei in un tempo in cui Israele era un insieme di clan sottomessi al dominio filisteo. Dio gli aveva concesso una forza sovrumana ma Sansone non seppe trasformarla in liberazione collettiva. Agì da solo: uccise un leone a mani nude, incendiò i campi filistei, massacrò mille uomini con una mascella d’asino. Non organizzò un esercito, non fondò istituzioni, non aprì negoziati. La sua fu una resistenza individuale, violenta e disperata. Tradito da Dalila, accecato e ridotto a bestia da lavoro, Sansone venne portato dai nemici a Gaza e messo in galera, infine esibito come trofeo nel tempio di Dagon. Chiese a Dio la forza, fece crollare le colonne e morì con i suoi nemici. Entrò nella leggenda come simbolo estremo: meglio morire che vivere da schiavi.

*** Il 7 ottobre 2023, Yahya Sinwar ordinò a Hamas di attaccare Israele. Tremila miliziani uccisero circa 1.200 persone - donne, vecchi, bambininei modi più spaventosi e rapirono 250 ostaggi. Sinwar sapeva perfettamente cosa sarebbe seguito: una risposta devastante contro Gaza, decine di migliaia di morti palestinesi. A differenza di Sansone, però, Sinwar non era prigioniero dell’assenza di politica. Era un leader razionale, formato, che aveva studiato a fondo Israele: la sua società, le sue paure, i suoi riflessi identitari. In carcere aveva imparato l’ebraico, letto i nemici. Il 7 ottobre non fu un gesto impulsivo né simbolico: fu una strategia. Hamas non poteva vincere, ma poteva sabotare la normalizzazione tra Israele e mondo arabo, costringere Israele a una risposta brutale. I documenti emersi dopo la morte di Sinwar mostrano che la morte dei civili palestinesi era considerata un sacrificio necessario. A differenza di Sansone, Sinwar non muore solo, fa morire un popolo. Trasforma il martirio in una tecnica politica, la distruzione in un mezzo deliberato.

*** Nel 1927 Vladimir Jabotinsky pubblicò un romanzo, “Samson Nazorei”, in russo perla casa editrice Slovo fondata a Berlino dal padre di Vladimir Nabokov. Jabotinsky vede in Sansone l’eroe forte, l’ebreo muscolare opposto ai figli inetti della Diaspora; però non ne fa un modello positivo. Lo trasforma in una figura tragica. Sansone muore sconfitto perché agisce da solo, cioè non sa vivere politicamente; la morte di Sansone è simbolo di ciò che accade a un popolo che sostituisce la politica con il sacrificio. Jabotinsky non si fidava dei Sansoni perché ci vedeva già l’ombra di uno come Sinwar. Non un eroe della resistenza ma un profeta della catastrofe. E una maledizione per il suo popolo.
giovanni.longoni@liberoquotidiano.it ©

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