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Dalla guerra fredda al tifo dei presidenti: l'hockey fa politica

Uno sport che muove la storia sin dai tempi dell'Armata Rossa. E i numeri non spiegano appieno il gradimento della disciplina
di Marco Patricelli domenica 22 febbraio 2026

3' di lettura

Tra l’o.k. e l’hockey c’è tutta la forza del mito venuto dal freddo. Se l’epica della conquista del Far West è legata alla sfida all’O.K. Corral, la leggenda vola sulla pista di ghiaccio del “miracolo” nella disfida del 1980 a Lake Placid: gli eredi dei cow boy svezzati con l’orgoglio della frontiera e degli studi universitari contro i coriacei e invincibili sovietici dell’Armata Rossa. Due squadre divise da tutto, non solo perché agli antipodi del mondo bipolare che rimaneva tale anche nelle XIII Olimpiadi invernali del 14-23 febbraio di quasi mezzo secolo fa. Da un lato gli scanzonati giocatori a stelle e strisce, dall’altro gli atleti della falce e martello che non sorridevano mai e non potevano perdere per dogma politico. E invece persero. Un 4-3 che non era l’Italia-Germania di Città del Messico ma ci si avvicinava per il significato che negli Usa venne attribuito a quel successo eclatante, celebrato anche da Hollywood con Kurt Russell nei panni dell’allenatore Herb Brooks. Donald Trump ci ha messo di suo con l’entusiasmo attorno all’hockey e dando all’avventura americana a Milano-Cortina un carico politico-patriottico e propagandistico che va ben oltre l’evento sportivo, pensando pure venire di persona in tribuna all’Arena Santa Giulia.

Non sarà forse un miracolo come nel 1980, ma i riflessi dell’oro sarebbero in grado di illuminare anche la presidenza del Tycoon, al quale non sfugge la carica simbolica del podio più alto, oggi come allora. Lo stesso motto dei suoi comizi, “Usa! Usa!”, si vuole permutato dal “miracolo” di Lake Placid, come ha raccontato Ken Morrow, che fu tra i protagonisti. La passione di Trump per l’hockey e non certo di circostanza come il ricevimento di 16 minuti della Juve nel giugno scorso. E questo nonostante l’hockey sia stato scavalcato nelle preferenze degli sportivi americani proprio dal soccer.

I numeri non spiegano appieno le classifiche di gradimento: il football veleggia sul 40%, doppiando il basket, poi ecco quasi a sorpresa il calcio (una volta sport per ragazzine di liceo) che agguanta un 10% sul filo di lana col baseball, quindi l’hockey. Ma va considerato che il pallone all’europea è trainato dal maxi Mondiale a 48 squadre che si farà in estate fra Usa, canada e Messico. L’hockey però ha il più alto indice di riempimento degli impianti e può essere giocato lì dove la tradizione locale è forte e le condizioni climatiche invitano alla pratica. Trump, che i meccanismi mediatici li conosce tanto bene da irritare continuamente gli avversari politici e gli antipatizzanti di tutte le latitudini, a dicembre 2025 ha ricevuto nello Studio Ovale i giocatori del “miracolo” del 1980 insignendoli della medaglia d’oro del Congresso, massima onorificenza civile, e firmare quello che è stato definito il Miracle on Ice Congressional Gold Medal Act.

In America l’immagine degli ex atleti con i cappelloni texani, uno dei quali indossato pure dal presidente, è diventata iconica: dall’O.K. Corral all’hockey del suprematismo sportivo con cui gli americani si sono presentati a Milano-Cortina, non riscuotendo per questo molte simpatie alle prime apparizioni. L’Urss del 1980 è stata inghiottita dalla storia e la Russia alle Olimpiadi non c’è (bandita, causa guerra all’Ucraina), anche se alcuni russi gareggiano come “atleti neutrali”. Tra di essi il pattinatore Malinin che doveva fare sfracelli da solista ma per strafare ha battuto due volte le terga a terra, riuscendo a ogni modo a portare un oro con la squadra. Un po’ poco per Trump che chiede ai giocatori del suo sport preferito di rinverdire il mito americano. Se non proprio un miracolo, a Milano anche mezzo va bene.

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