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Donald Trump "dittatore"? Smentiti i tromboni di sinistra

Così la decisione della Corte Suprema sui dazi smonta la narrazione farlocca dei progressisti italiani, secondo i quali il presidente sarebbe un despota e un tiranno
di Giovanni Sallusti domenica 22 febbraio 2026

3' di lettura

Ennò, un momento, non possiamo passare oltre fischiettando, bisogna pur rammentare nomi e cognomi, bisogna pur stilare una lista degli autori della più colossale scempiaggine della pubblicistica recente: l’America di Trump come Totalmente Altro, abisso della democrazia, fascismo 5.0. Dopodiché succede che la Corte Suprema, peraltro a maggioranza conservatrice, cassa un’architrave della politica e fin della geopolitica trumpiana, l’offensiva dei dazi: un classico dell’impianto liberale dei contrappesi allestito dai Padri Fondatori. Per cui prego, si chiamino sul palco i protagonisti di questo film allucinato (e allucinogeno), a cominciare dai tromboni di casa nostra. «Trump ha messo in discussione i fondamenti della democrazia americana»: Romano Prodi, intervista a Repubblica (a smentirlo si è scomodato uno dei fondamenti par excellence, la Corte Suprema). Sulla medesima testata Mario Monti si erse ad oracolo e ci mise a parte di una sentenza della Storia: «Gli Usa non sono più una democrazia liberale». Ma non era la Storia, era la sua caricatura fumettistica vista dai piccoli antri di Bruxelles.

Enrico Letta, allora segretario del Pd, assicurò che «Trump rappresenta una deriva autoritaria», riecheggiato con puntiglio accademico da Carlo Calenda: «Trump ha caratteristiche tipiche dei leader autoritari». Roberto Saviano, che spazia dalla serie A ai dazi, parlando di Trump e di Musk scrisse: «L’agonia con la quale stanno uccidendo la democrazia sarà lunga» (così lunga che la Corte Suprema è viva e in ottima salute). Alan Friedman, prezzemolino dell’antitrumpismo di professione, disse tra l’altro che «Elon Musk è il Goebbels digitale di Trump», lasciando chiaramente intendere a quale altro personaggio della storia tedesca andasse accostato il presidente (indizi: aveva i baffetti, non aveva Corti, Supreme o no, tra i piedi).

Non va molto meglio se raccogliamo le perle di alcune teste d’uovo (diciamo così) europee. Guy Verhofstad, ex primo ministro belga: «Trump si sta comportando molto più come un leader autoritario che come un presidente democratico».  Donald Tusk, ex presidente del Consiglio Europeo e premier polacco: «L’azione di Trump ci ha avvicinato alla politica autoritaria». E parliamo di leader che hanno condiviso tutte le derive dirigiste e censorie del Leviatano europeo, mentre impartivano lezioni alla principale democrazia liberale del globo. Ma la castroneria ha attecchito anche Oltreoceano, a partire dall’allora sfidante Kamala Harris: «Trump è un aspirante dittatore», virgolettato alla Nbc che stracciava una regola non scritta nell’agone politico americano, il riconoscimento reciproco. «A wannabe dictator» divenne un classico del lessico antitrumpiano: lo usarono tra gli altri il governatore del Minnesota Tim Waltz, quello dell’Illinoisf JB Pritzker e l’ex capo degli Stati maggiori riuniti Mark Milley. Ma a rinunciare ad ogni inibizione fu l’ex capo di gabinetto poi entrato in collisione con Trump, John Kelly: «Non c’è dubbio che rientri nella definizione generale di fascista». Non c’è proprio dubbio, è una certezza storiografica, l’ex magnate newyorkese che riesuma il fascismo a un oceano e a un secolo di distanza (si è solo dimenticato di abolire la Corte Suprema). Identica tesi l’ha riciclata pochi giorni fa il fondatore e presidente di Wikipedia Jimmy Wales, ancora su Repubblica (da quelle parti l’ossimoro di una dittatura a stelle e strisce è molto in voga): «Trump è la cosa peggiore che poteva capitare all’America, c’è il rischio di un nuovo fascismo».

Avvertenza: l’elenco è sicuramente parziale, perché per citare tutte le menti illuminate che si sono esercitate nel romanzone dell’America fascistizzata dal ciuffo di Donald non sarebbe bastato un intero numero di Libero. Per spernacchiarle e consegnarle alla pattumiera della Storia, invece, è bastata una sentenza della Corte Suprema.

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