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Donald Trump, oro e platino: la mossa che rivela cosa ci aspetta

di Costanza Cavalli giovedì 26 febbraio 2026

3' di lettura

A prendere per buona la teoria che qualsiasi cosa accada alla Casa Bianca nell’anno di Midterm ha a che fare con Midterm, c’è da chiedersi su che altro avrebbe dovuto puntare Donald Trump nel suo discorso sullo stato dell’Unione se non su ciò che ha scelto, e cioè non convincere chi lo detesta ma mettere i sali sotto il naso del movimento Maga e compattarlo contro i democratici. Consapevole che i suoi sono tramortiti dalla malagestione degli Epstein Files, dalla condotta dell’Ice nell’applicazione delle leggi sull’immigrazione, dai prezzi ancora troppo alti di beni alimentari e benzina, dall’attenzione dedicata alla politica estera e, da ultimo, dalla sentenza della Corte Suprema sui dazi.

A poco più di 8 mesi dalle elezioni di metà mandato, tormentato da indici di gradimento impietosi che lampeggiano su quotidiani, tv e social e all’orizzonte un tour elettorale così serrato da far venir le vertigini anche a Taylor Swift, il presidente statunitense è tornato alle origini. E ha utilizzato lo schema retorico che lo veste meglio: un rovinoso passato, ovvero la presidenza Biden, da dimenticare («In quest’aula, 12 mesi fa, avevo appena ereditato una nazione in crisi, con un’economia stagnante, un’inflazione a livelli record, una frontiera spalancata, orribili dati di reclutamento per militari e polizia, una criminalità dilagante in patria e guerre e caos in tutto il mondo»); un presente per cui val la pena festeggiare («La nostra nazione è tornata: più grande, migliore, più ricca e più forte che mai»); un futuro ancora migliore da costruire («Tra meno di 5 mesi, il nostro Paese celebrerà il 250° anniversario della nostra gloriosa indipendenza americana, due secoli e mezzo di libertà, trionfo e progresso. E non abbiamo ancora visto nulla. Faremo sempre meglio»); un nemico da combattere («I democratici stanno distruggendo il nostro Paese, ma li abbiamo fermati giusto in tempo, no?»).

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Dopo aver citato qualche dato (il rallentamento dell’inflazione al 2,4%, il calo del costo della benzina e dei mutui, l’azzeramento del numero di clandestini che attraversano il confine, il flusso di fentanyl che s’è dimezzato e il crollo del tasso di omicidi, l’ottima salute del mercato e gli investimenti record nel Paese, i 70mila nuovi posti di lavoro nell’edilizia e gli 80 milioni di barili di petrolio ricevuti dal Venezuela, «nostro nuovo amico e partner»), Trump ha giocato la prima carta vincente: giovani, sorridenti, con golf lavorati a maglia a tema Olimpiadi e la medaglia al collo, i giocatori della squadra maschile di hockey su ghiaccio sono entrati nell’aula della Camera. Stati Uniti 1 – Sondaggi 0. È storia che le indagini demoscopiche abbiano sempre faticato a maneggiare il fenomeno Trump. E, seconda annotazione, è dagli anni Trenta che tutti i presidenti perdono seggi dopo due anni alla Casa Bianca (tutti tranne Bush jr. nel 2002, sull’onda dell’attentato alle Torri gemelle, e nel 1998, contro ogni previsione, Bill Clinton reduce dallo scandalo Lewinski).

Lezioncine a parte, arrivato plasticamente l’oro grazie alla vittoria sportiva, casomai non avesse ancora convinto tutti che «stiamo vincendo così tanto che davvero non sappiamo cosa farci», Trump ha presentato gli altri ospiti, incarnazione del successo delle sue politiche a confronto con quelle dei democratici. A dire che magari l’età dell’oro non sarà ancora arrivata, ma vi ricordate, americani, quando vi governavano quelli là? C’è il ritorno alla fede con la vedova di Charlie Kirk, Erika; c’è la lotta alla teoria gender con Sage Blair, ragazzina che a 14 anni ha iniziato la transizione di genere di nascosto e un giudice l’ha allontanata dai genitori e l’ha mandata una casa statale per soli maschi; c’è la questione sicurezza con il sergente Andrew Wolfe, sopravvissuto a una sparatoria in cui è stato colpito alla testa l’anno scorso a Washington, vicino alla Casa Bianca.

Il discorso (durato un’ora e 47 minuti, roba da Guinness dei primati e da far rimpiangere Richard Nixon, che nel 1972 se la cavò con 28 minuti e 55 secondi) è stato sapientemente costellato da quelli che gli americani chiamano litmus test, le domande chiave che rivelano la vera natura dei candidati. Il presidente ha fatto sì che l’opposizione fosse continuamente sollecitata ad alzarsi per applaudire (ai vincitori della medaglia d’oro, ai veterani centenari) finché: «Se siete d’accordo con questa affermazione», ha sfidato gli avversari, «allora alzatevi in piedi: il primo dovere del governo americano è proteggere i cittadini americani, non gli immigrati clandestini». Tutti seduti. «Vergognatevi». Stai a vedere che non è ancora arrivata l’età dell’oro che gli americani già sognano quella di platino...

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