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Chi invoca un accordo con Cina ci spinge tra le braccia di Xi

Pechino non è un cliente ma un fornitore. Non è un mercato ma una fabbrica. Non è un partner ma un concorrente
di Fabio Dragoni venerdì 27 febbraio 2026

3' di lettura

La Cina non è un cliente ma un fornitore. Non è un mercato ma una fabbrica. Non è un partner ma un concorrente. Ve lo spiega qualsiasi imprenditore che abbia provato a misurarsi a quelle latitudini. Lo scrivevamo ieri su Libero. Vi mettevamo in guardia dai testimonial italiani del Celeste Impero; su tutti Romano Prodi. Che proprio ieri, neanche a farlo apposta, sul Messaggero spiegava come determinanti «diventano ora i nuovi rapporti con la Cina» e come tutti stiano correndo là «per porre rimedio alle conseguenze negative della politica di Trump». La Cina terra promessa, «un mondo diverso dove crescere i nostri pensieri» canterebbe Eros Ramazzotti. Prodi riconosce che fino ad oggi coi negoziati fra Bruxelles e Pechino «non si è concluso nulla» e che è la Germania ad avere «le più rilevanti relazioni commerciali» col Dragone.

Risultati? «Indebolimento della capacità concorrenziale tedesca», «conquista dei mercati esteri della Cina che si rafforza ogni anno», deficit commerciale tedesco della Germania con la Cina quadruplicato in un anno e che «ha raggiunto gli 87 miliardi di euro». Insomma «uno squilibrio intollerabile» dice Prodi anche per la Germania e che non risparmia nessun settore: «Dalle automobili agli intermediari chimici, fino ai prodotti farmaceutici e ai beni strumentali più complessi». Come sia pensabile sulla base di questa analisi (auspicata da Prodi) immaginare un accordo con la Cina (auspicata dallo stesso Prodi nello stesso pezzo) è un esercizio che travolge la mia capacità di comprensione.

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Se vogliamo comprendere cosa sia veramente la Cina dobbiamo a mio modesto parere recuperare una vecchia notizia di archivio sul sito della Bbc. 2 settembre 2002: «Più di 600 lavoratori cinesi sono nella città tedesca di Dortmund per smantellare un’enorme acciaieria in disuso da trasferire in Cina per la ricostruzione. A poco a poco stanno abbattendo l’acciaieria da 250.000 tonnellate in modo che possa essere trasportata e ricostruita a nord di Shangai». Tutti i pezzi meticolosamente codificati durante lo smontaggio. Era uno stabilimento in disuso della ThyssenKrupp. Non era redditizio e lo hanno chiuso. I tedeschi si meravigliavano del fatto che lo volessero i cinesi. Risultato?

Nel 2000 la Cina produceva 127 milioni di tonnellate di acciaio pari al 15% circa del totale della produzione mondiale contro gli oltre 960 milioni del 2025 pari a quasi il 52% di tutto quanto fabbricato nel mondo. Il tutto mentre proprio ieri il Tribunale delle imprese a Milano ordinava la sospensione dell’attività dello stabilimento Ilva di Taranto a decorrere dal 24 agosto 2026. Quella Cina che nel 2000 con poco più di due milioni di auto prodotte figurava all’ottavo posto nella classifica mondiale mentre oggi ne produce oltre 31 milioni. Più di quante ne sfornano Stati Uniti, Giappone, India e Messico messe assieme e che si piazzano dal secondo al quinto posto in graduatoria.

Quella Cina che nel 2000 generava elettricità per 1.355 miliardi di Kwh contro gli oltre 10mila attuali. Otto volte tanto. E l’Ue? Ne produceva 2.600 miliardi allora e ne produce 2.700 miliardi oggi. Sempre quelli. Le élite progressiste continuano a puntare il dito contro la Casa Bianca quando essa stessa ha indicato il problema e la soluzione. E lo ha fatto per iscritto in un suo documento ufficiale pochi giorni prima che Trump deliberasse la sua politica tariffaria: «Paesi quali Cina, Germania, Giappone e Corea del sud sopprimono il potere d’acquisto dei propri cittadini. Aumentano artificialmente la propria competitività in termini di export». Cioè gli Usa ci esortano ad investire nel mercato interno prima che inseguire quello degli altri. Ed i tedeschi sono così obnubilati che continuano a vedere un mercato laddove non esiste. Come appunto in Cina. E chi vagheggia di fare accordi di libero scambio col Dragone è come un peso mosca che sale sul ring contro un peso massimo dicendo: «Oh mi raccomando, niente colpi sotto la cintura».

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