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Iran, l'Opec corre ai ripari ma l'America no: fari puntati sul prezzo del petrolio

di Sandro Iacometti lunedì 2 marzo 2026

3' di lettura

Greggio alle stelle e crisi energetica globale? È presto per dirlo. L’attesa per la riapertura oggi dei mercati dopo l’attacco di Usa e Isrele all’Iran è ovviamente grande. Gli occhi sono tutti puntati sul prezzo del petrolio, con gli analisti che prevedono rialzi tra il 5 e il 15% fino a uno scenario oltre i 100 dollari al barile. Il Brent ha chiuso venerdì a poco meno di 73 dollari, dopo essere già aumentato di oltre il 20% dall'inizio dell'anno. E ieri negli scambi fuori mercato la quotazione è già balzata a 80 dollari.

Ma diversi segnali invitano alla cautela. Intanto c’è l'Opec+, che ieri ha concordato di aumentare la propria produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile. Una quota inferiore a quella che molti trader avevano ipotizzato.

Il che può dipendere sia da una valutazione ottimistica dello scossone sia dalla consapevolezza che qualsiasi mossa, al di là del valore simbolico, potrebbe avere uno scarso impatto reale sul mercato, se dovesse proseguire l'escalation del conflitto. Il tema è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 25% del petrolio e del gas mondiale, compreso gran parte di quello dell’Opec: l'attività si è quasi fermata ieri, con centinaia di petroliere che hanno gettato l'ancora nelle acque aperte del Golfo davanti allo Stretto. L'Iran «mantiene ancora una capacità sproporzionata di destabilizzare i mercati energetici globali», ha sottolineato il Financial Times. La principale fonte di preoccupazione per il mercato è l'influenza di Teheran, reale o percepita, sul traffico marittimo e i possibili attacchi contro le infrastrutture energetiche. Maersk, la più grande compagnia di trasporto container al mondo, ha già comunicato che interromperà fino a nuovo ordine il transito delle navi cargo attraverso lo Stretto di Hormuz per motivi di sicurezza, e la società di navigazione Msc ha sospeso tutte le prenotazioni per il trasporto di merci dirette in Medio Oriente.

Segnali sicuramente negativi, a cui però si contrappone l’atteggiamento rassicurante degli Usa, che forse con il loro schieramento militare nel Golfo potrebbero essere in grado di garantire lo svolgimento delle attività commerciali.

Difficile fare previsioni, ma, come ha riportato Ft, gli Stati Uniti non stanno valutando il rilascio di petrolio dalla loro riserva strategica, segnalando che Washington ritiene che un eventuale aumento dei prezzi dopo l'attacco all'Iran sarà limitato. La riserva strategica statunitense contiene circa 415 milioni di barili di petrolio, una parte dei quali potrebbe essere immessa sul mercato per calmierare i prezzi, come avvenne nel 2022 quando l'invasione Russa dell'Ucraina fece salire le quotazioni.

Il greggio non sarà però l'unico asset a essere colpito delle tensioni internazionali. Gli operatori prevedono una corsa anche di oro e argento, già a livelli record e tra i beni rifugio per eccellenza, oltre che di valute come il franco svizzero e dei titoli del Tesoro Usa. Un assaggio delle reazioni dei mercati si è avuto già ieri con l'andamento delle Borse del Medio Oriente aperte di domenica: in Arabia Saudita, il più grande mercato azionario dell'area, l'indice di riferimento Tasi ha perso il 2,1%, in Egitto l'EGX 30 ha ceduto il 3,5%.

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