Il dovere del jihadista è la guerra santa, fino alla vittoria o al martirio, spiegava un manualetto diffuso in versione araba fra i terroristi libanesi di Hezbollah e tratto dalle parole di Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica dal 1989 a sabato 28 febbraio quando è rimasto ucciso in un bombardamento.
E' il nucleo della dottrina sociale sciita, fondata sulla devozione religiosa e l’adesione alla sharia; sull’indipendenza e la protezione della patria contro «l’avidità degli imperialisti», da parte delle «forze armate islamiche»; «l’obbligo per il mujaheddin di compiere lo sforzo supremo per abolire la povertà, non solo all’interno dei confini nazionali, ma anche aiutando i diseredati ovunque essi siano, instaurando la giustizia sociale, a prescindere dai confini geografici».
Nel 2019, in occasione del quarantesimo anniversario dell’instaurazione della Repubblica islamica dell’Iran, Khamenei chiariva il quadro della “Seconda fase della Rivoluzione”, con una dichiarazione rivolta alla Nazione: la rivoluzione islamica è l’inizio di una nuova epoca mondiale, segnata dal collasso del comunismo e dalla prossima scomparsa del suo rivale, il capitalismo. Perciò la rivoluzione non era terminata nel 1979 con la salita al potere di Ruhollah Musavi Khomeini e perciò non lo era nemmeno il dovere del musulmano di rimanere rivoluzionario.
Anzi, si può trovare un’origine antica, nella visione di Khamenei sulla grande Ummah islamica, l’ecumene dei credenti: prima la Shia dovrà sbaragliare le forze dei governanti sunniti, giudicati usurpatori della custodia dell’Haramain Sharifain (le città sante della Mecca e di Medina) dai tempi del Califfato, per «portarle sotto la bandiera del Dodicesimo Imam, il Mahdi», che combatterà contro «gli ebrei e i pagani».
E' una figura centrale, il Mahdi, che attraversa l’immaginario sciita da ormai dodici secoli. Tanto da riflettersi nell’architettura istituzionale dello Stato. La Guida Suprema agisce in nome e per conto di un personaggio misterioso, che si sarebbe occultato nell’873-874, anno 260 dell’Egira, ma per volontà di Allah sarebbe rimasto vivo, teofania nascosta che di tanto in tanto all’improvviso si manifesta e viene invocato dai fedeli come aiuto, ma tornerà visibile a tutti soltanto alla fine dei tempi, quando dovrà combattere contro il Daijal, l’incarnazione del Male.
Che l’Iran sia uno Stato del terrore, come lo definiva già vent’anni fa il politologo americano Michael A. Ledeen, è universalmente noto. Quel che sfugge alle lenti laiciste occidentali è il suo lato esoterico, metafisico, apocalittico. E mette sotto tutt’altra luce il Khamenei che, da presidente della Repubblica islamica dal 1980 al 1988, durante otto anni segnati da una devastante guerra con l’Iraq, cambia la divisa e si presenta al fronte in uniforme. In quella prospettiva amplia il controllo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie sul Paese e la sua economia.
E' così che l’influenza dei Pasdaran si estende oltre i confini iraniani, fino all’Iraq, alla Siria e al Libano, per costruire un corridoio da Teheran fino al Mar Mediterraneo. $ l’“asse della resistenza”, nel quale entrano anche i palestinesi di Hamas, sunniti ma obbedienti alla strategia di Teheran fino all’ultimo. Del resto, entrambi vogliono la distruzione di Israele, descritto da Khamenei nel 2018 come un «tumore maligno» che doveva essere «rimosso» dal Medio Oriente. Qualche anno prima, aveva descritto lo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale come un «mito». Per ora, il Mahdi non lo ha assistito. Anzi.