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Così la teocrazia ha ucciso la crescita dell'Iran

L’Iran liberato avrebbe grandi potenzialità. Ma il petrolio da solo utilizzato come bene di scambio quasi sempre condanna i Paesi ricchi di oro nero a un destino di povertà
di Fabio Dragoni lunedì 2 marzo 2026

3' di lettura

Come se la passa l’Iran? Il New York Times ha definito «avventata» l’operazione condotta da Trump e Netanyahu contro Teheran. Lo scorso 14 gennaio in un editoriale etichettava però come «imperdonabile» la condotta del regime in economia. I dati della Banca Mondiale sono implacabili. Al momento della rivoluzione islamica il reddito pro capite aggiustato per l’inflazione era 7.500 dollari; al di sopra dei quasi 6mila della media mondiale. Oggi che questa è raddoppiata a quasi 12.500 dollari, il reddito iraniano è fermo a circa 6mila. Addirittura sceso. L’economista spagnolo Daniel Fernandez Mendez argomenta che qualora l’Iran avesse mantenuto il tasso tendenziale di crescita avuto dal 1950 al 1975 - da quando cioè sono iniziate le rivolte islamiche - oggi avrebbe un reddito pro capite pari a quello della Spagna contro meno della metà di oggi. Il calcolo è effettuato in dollari PPA; tiene cioè conto del diverso prezzo di un dato paniere di beni. Nel 1978 i dati del Fmi ci dicono che l’Iran aveva l’economia più forte del Medio Oriente. Oggi ha un Pil che è un quarto di quello turco ed un terzo di quello dell’Arabia Saudita che in tutti questi decenni ha tutt’altro che brillato quanto a performance. Altrettanto implacabile il confronto con gli altri Paesi del Golfo. Le rilevazioni del Fmi allo scorso ottobre ci dicono che il reddito pro capite iraniano è il più basso del Golfo: guida il Qatar con 70mila dollari, seguono gli Emirati con 50mila, poi l’Arabia con 35mila, quindi il Kuwait con 30mila ed infine l’Iran con meno di 5mila dollari. Stiamo parlando di Pil espresso a valore nominale. Emblematico il confronto con il nemico giurato Israele.

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Secondo i dati della Banca Mondiale nel 1980 (quando da poco si era instaurato il nuovo regime) l’Iran aveva un Pil di quasi 100 miliardi di dollari, praticamente pari a quattro volte quello di Israele. Oggi Tel Aviv ha un reddito complessivo superiore a 600 miliardi di dollari contro i 350 di Teheran. Degno di nota il confronto con l’Egitto. Fino al 1979, con la stipula dell’accordo di Camp David, quest’ultimo era stato da sempre il nemico giurato di Israele al contrario dell’Iran che era stato uno dei più solerti a riconoscere lo stato di Israele nell’immediato dopoguerra. Da quella data praticamente i ruoli si invertono. L’Egitto fa pace con Tel Aviv ed inizia a mantenere rapporti di buon vicinato al contrario di Teheran che diventa nemico giurato dello stato ebraico. Nel 1979 il reddito egiziano misurato in dollari PPP era pari alla metà di quello iraniano, oggi invece sono praticamente identici. Le sanzioni hanno senz’altro concorso al deterioramento dell’economia iraniana. Teheran ha speso molto in difesa ma finanziando soprattutto milizie terroristiche come Hamas, Hezbollah e Houti.

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Non ha una marina e gli aerei sono vecchi. Ha però investito in missili e droni. «In questo sono bravini. L’artigianalità persiana al suo meglio. Li usano al posto dei proiettili di artiglieria. Costano 20mila euro l’uno. Hanno il motore di una vespa. Ma se lanciati in massa costringono Israele a controbattere con costosissime armi di contraerea», mi dice tempo fa il Generale Paolo Capitini. L’Iran ha grandi potenzialità a partire da una popolazione giovane e brillante aumentata del 50% in trent’anni. Ed una produzione di petrolio di tutto rispetto. È costretto però a venderla sottocosto alla Cina in cambio di yuhan. Pechino tiene Teheran per il collo. L’Iran liberato avrebbe grandi potenzialità. Ma il petrolio da solo utilizzato come bene di scambio e non come carburante di un’industria propria quasi sempre condanna i Paesi ricchi di oro nero ad un destino di povertà.

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