Guida Suprema cercasi. Possibilmente con poteri illimitati, zero scadenza e vocazione alla repressione. A Teheran è aperto il casting per il nuovo rappresentante di Allah in terra, l’uomo che dovrà incarnare l’essenza della teocrazia iraniana dopo la morte di Ali Khamenei. Un casting, però, subito interrotto dal clamoroso riad che ha colpito l'assemblea riunita per eleggere la nuova Guida Suprema. Ancora misteriosa la sorte dei presenti, il bilancio tra morsi e sopravvissuti.
Come racconta anche Il Giornale, non è una semplice successione: è la partita decisiva per la sopravvivenza del regime. In attesa che l’Assemblea degli Esperti – 88 religiosi chiamati a scegliere il nuovo Leader Supremo – si riunisca, a governare è un triumvirato. E dentro quel consiglio provvisorio siedono già due possibili eredi. Altro che riformisti.
Il nome che fa più rumore è quello di Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, soprannominato “il boia di Teheran”. Capo della magistratura, ex ministro dell’Intelligence, uomo degli apparati. Nel curriculum non solo repressioni e condanne, ma anche un episodio grottesco: nel 2004 avrebbe dato “un morso” a un giornalista dopo avergli lanciato una zuccheriera. Un dettaglio che racconta più di mille analisi.
C’è poi l’ayatollah Alireza Arafi, volto della continuità più rigida. Dopo l’uccisione di Khamenei ha assicurato che “la nazione continuerà sul cammino della rivoluzione islamica” e ha auspicato che il nuovo Leader venga nominato “rapidamente”. Traduzione: nessuna apertura, nessuna deviazione.
Sul tavolo anche Mojtaba Khamenei, figlio dell’ex Guida, e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, anche se non ha mai rivestito un ruolo istituzionale e non ha molta influenza sull’apparato di sicurezza. Ma la vera ombra che avanza è quella dei Pasdaran.
L’ipotesi che il potere religioso lasci spazio a un potere militare non è più fantapolitica. Ali Larijani e la nomina del pasdaran Majid Ebnolreza alla Difesa ad interim vanno in quella direzione. Militare o religiosa, la dittatura farà di tutto per resistere. E mentre a Teheran si gioca la partita del potere assoluto, milioni di iraniani restano spettatori forzati, in attesa di quella parola che il regime teme più di ogni altra: libertà.