Oggi Londra deve bussare alla porta di Parigi per farsi difendere. Già, è tutto vero: le navi da guerra britanniche non saranno nel Mediterraneo e nel Golfo prima di una settimana. Nel frattempo toccherà al solerte Emmanuel Macron proteggere la base militare britannica di Akrotiri (situata a Cipro, vicino alla città di Limassol, fa parte delle cosiddette Sovereign Base Areas, territori che restano sotto sovranità del Regno Unito anche dopo l’indipendenza di Cipro nel 1960), finita sotto attacco di droni nel pieno della polveriera iraniana, tra bombardamenti Usa e Israele.
Fonti occidentali spiegano che il drone schiantatosi ad Akrotiri “non è arrivato dall'Iran”, lasciando intendere un possibile coinvolgimento di Hezbollah dal Libano. Ma il punto politico è un altro: dov’è finita la gloriosa Royal Navy? I tabloid britannici sono furiosi. “Un incredibile imbarazzo nazionale”, tuona il Sun. Nigel Farage e altri attaccano il premier Keir Starmer per quella che definiscono una “vergogna epocale”. Eppure Starmer ha colpe relative. Ha esitato, sì, perché vuole rispettare il diritto internazionale, non si fida di un piano americano sull’Iran e teme di rivedere il fantasma dell’Iraq che travolse Tony Blair. Il problema è strutturale: anni di tagli targati governi conservatori hanno smantellato la Difesa. “È la più grande umiliazione della nostra Marina?”, si chiede il Telegraph. I numeri parlano chiaro.
Nel 2014 la Royal Navy contava 65 navi, tra cui 13 fregate e 11 sottomarini. Oggi sono 51 le navi da guerra e 10 i sottomarini, molti dei quali bloccati in porto. Le fregate sono scese a sette. Restano sei cacciatorpedinieri e due nuove portaerei, ma le navi da assalto anfibio sono state demolite. L’unica immediatamente disponibile, la Hms Dragon, non arriverà a proteggere Akrotiri “prima della settimana prossima”. Una settimana che pesa come un secolo. Dio salvi la Marina. E magari anche l’orgoglio britannico.