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50 anni di ayatollah lasciano solo macerie e odio fra musulmani

La verità sul Medio Oriente: cosa resta dell'Islam? Una guerra civile lunga 14 secoli
di Andrea Morigi giovedì 12 marzo 2026

3' di lettura

Dopo quattordici secoli di guerra civile islamica in cui si sono scannati per la titolarità del Califfato, fra sunniti e sciiti sembra sia arrivata una resa di conti decisiva, se non proprio definitiva. L’Iran, che da ormai mezzo secolo si è fatto portabandiera della shia, è sotto i bombardamenti degli “infedeli”, anzi del grande e del piccolo Satana, che l’ayatollah Khomeini identificava nell’America e in Israele. Per quel che poco che resta della sua capacità militare, la Repubblica islamica di Teheran risponde al fuoco, tenta di danneggiare l’economia mondiale, ma soprattutto sfida direttamente i governanti musulmani.

Tutti finiti nella categoria degli usurpatori a partire dai monarchi sauditi, giudicati illegittimi custodi dei Luoghi Santi, la Mecca e Medina. A loro la scelta: o passare sotto la bandiera del Dodicesimo Imam, il Mahdi, colui che combatterà la battaglia finale contro “gli ebrei e i pagani”, oppure saranno considerati anch’essi “miscredenti”, benché i sunniti rappresentino circa il 90% della Ummah, l’ecumene islamica.

Nessuna solidarietà dagli Stati arabi, quindi. Tanto più che gli iraniani si vantano della loro discendenza indoeuropea e, anche per questioni etniche, culturali e linguistiche, sono dei paria dell’Organizzazione della Cooperazione islamica (OIC) e non fanno nemmeno parte della Lega Araba. Anzi, lo scorso 1° marzo, l’OIC ha energicamente condannato gli attacchi iraniani contro Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar, Kuwait e Giordania, descrivendoli come un’escalation inaccettabile e una minaccia alla stabilità regionale, con gravi ripercussioni perla pace e la sicurezza.

Senza risalire alle origini storiche e dottrinali del conflitto dinastico fra musulmani, sempre affrontato con la violenza e le armi, anche il passato recente sembra non aver insegnato nulla agli ayatollah. Fra il 1980 e il 1988, nella guerra fra Iran e Iraq, entrambi gli Stati s’indebolirono e, nonostante la minaccia per la produzione petrolifera e l’approvvigionamento energetico globale, molti governi occidentali pensarono tutto sommato di averne tratto giovamento, dando per scontato che, finché i musulmani si combattono fra di loro, non creeranno problemi in Europa e negli Stati Uniti.

Ci si dovette ricredere in occasione della rivolta dei fondamentalisti nel 2011 in Siria, che vide la nascita dello Stato islamico, osteggiato dall’Iran. Mentre in Medio Oriente imperversavano i tagliagole, da noi fu la stagione delle stragi a Charlie Hebdo e al Bataclan di Parigi, ai mercatini di Natale in Germania, del reclutamento di “lupi solitari” nei Paesi in cui moschee e web erano catalizzatori dell’estremismo e centri di reclutamento per i terroristi.

Negli scenari che prevedono una sconfitta militare del regime di Teheran, c’è anche l’ipotesi di un’attivazione di cellule dormienti, pronte a scatenare la guerra santa nei Paesi nemici. Ma l’esito del conflitto dipende anche dall’effetto che si produrrà nello stesso Iran, se i Guardiani della rivoluzione dovessero essere spazzati via e il governo della Guida Suprema fosse rovesciato. Dal 1979 a oggi, dei fanatici religiosi si sono impossessati del destino di una nazione, distorcendone l’identità, portandola alla miseria e alla distruzione, incarcerando gli oppositori e assassinando decine di migliaia di persone che chiedevano solo di godere della libertà. E chissà, sotto le macerie, che cosa sarà rimasto della civiltà.
 

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