Avete presente Sanremo? “Ieri notte, le forze Usa hanno eseguito un attacco di precisione su larga scala sull’isola iraniana di Kharg. L’attacco ha distrutto depositi di mine navali, bunker per missili e molteplici altri siti militari. Le forze Usa hanno colpito con successo più di 90 obiettivi militari iraniani sull’isola preservando al contempo le infrastrutture petrolifere”. Abbiamo citato un comunicato ufficiale del Comando centrale americano. Si ma che c’entra Sanremo? L’isola iraniana di Kharg è grande tanto quanto la città dei fiori; poco più di 20 km quadrati.
Nessun festival però a Kharg. Ottomila gli abitanti. Lunga otto km, larga cinque e 20 km di perimetro costiero. È una piccola isola corallina situata nel Golfo. Da lì parte il 90% del greggio iraniano esportato quasi tutto in Cina. Nell’isola troviamo un sistema di terminali dove possono attraccare quotidianamente una decina di superpetroliere. Possono caricare, secondo gli esperti, fino a sette milioni di barili al giorno. Ci sono una cinquantina di serbatoi dove si possono stoccare oltre 30 milioni di barili. Il petrolio arriva grazie ad una rete di oleodotti sottomarini e terrestri che collegano Kharg alle coste dell’Iran distanti circa 25 km. Ci sono anche impianti e strutture utilizzate anche per gas liquefatto e fertilizzanti. L’obiettivo di Trump sembra chiaro: acquisirne il controllo.
Kharg non è solo un hub strategico vitale per l’export di Teheran ma un bancomat vero e proprio. Sarebbe un colpo letale per il regime. Niente più difesa dei cieli. Niente più marina. I posti di blocco dei pasdaran e delle milizie baji a Teheran sono sistematicamente distrutti da attacchi mirati. La popolazione segnala in privato via social al Mossad le coordinate dei posti di blocco, che vengono attaccati e distrutti. Ormai tutti dubitano che esista una guida suprema in vita. Il nominato figlio di Khamenei è dato per morto. Impossibile ucciderlo di nuovo. Al regime è rimasta l’arma di ricatto del controllo dello stretto di Hormuz da cui, molto più a sud, passa(va)no circa 20 milioni di barili al giorno prima della guerra. Il petrolio iraniano più quello degli altri paesi del Golfo. Chi controlla lo stretto nella geopolitica del petrolio vince. Un chokepoint (collo di bottiglia) che diventa un checkpoint. Da lì passerebbe solo chi paga o gli amici degli amici. Cioè Pechino.
Ma se l’isola di Kharg finisse sotto il controllo degli Stati Uniti, sarebbe game over. E su un’isoletta di 20 km quadrati - già privata di qualsiasi infrastruttura militare e di controllo del traffico aereo - ecco che gli Usa potrebbero seriamente prendere in considerazione un’operazione “boots on the ground”. Pur non priva di rischi come ogni operazione di sbarco sul territorio nemico, il sequestro dell’isola segnerebbe la fine del regime e finirebbe per imprimere una pressione insostenibile su Pechino. Russia e Cina, in pochi lo hanno sottolineato, si sono astenute in una risoluzione delle Nazioni Unite che condannava l’Iran per gli attacchi sferrati ai vicini paesi del Golfo. Non hanno votato contro. Putin si è offerto di ospitare gli oltre 400 kg di uranio arricchito. Sarebbero dovuti essere la base dell’arma atomica di Teheran.
Quindi quell’uranio c’è. Sia messo agli atti. Fuori luogo quindi ogni sciatto paragone con la fialetta agitata da Colin Powell per imporre l’altrimenti ingiustificabile attacco in Iraq. L’Iran prova a rivendicare il controllo dello stretto di Hormuz facendo passare solo chi paga il pedaggio in yuhan (valuta cinese). Goffo tentativo di mettere in pista il peso geopolitico di Pechino che però corre il rischio di arrivare al vertice con gli Usa- programmato a breve - in una situazione di “soccombenza contrattuale”. Accettare l’appello di Trump (che somiglia molto ad un ultimatum) a costituire una forza multinazionale per garantire la navigabilità dello stretto di Hormuz sembra per Pechino una strada obbligata. La situazione è infatti delicatissima. Niente più Venezuela col suo bituminoso petrolio. Cuba sta per soccombere. Il petrolio iraniano con l’operazione Kharg scomparirebbe. Pechino non potrebbe contare nemmeno sul vassallaggio di Mosca. Putin, parzialmente riabilitato con la sospensione delle sanzioni sul petrolio, vede crescere gli incassi; qualcosa come 50 miliardi in più all’anno a questi prezzi.
In poco più di un anno di presidenza Trump ha disintegrato il sud globale. The Donald ha i suoi crucci, sia chiaro. Non può permettersi un prezzo alle stelle del greggio. Le industrie petrolifere americane festeggiano ma sul prezzo della benzina si gioca il destino di ogni presidente. Gli unici che possono limitare l’avanzata di Trump sono quindi gli americani alle elezioni di mezzo termine del prossimo novembre. Si rinnova la Camera ed un terzo del Senato. Trump, come da tradizione per ogni presidente in carica, parte teoricamente sconfitto. Le democrazie sono fatte così. La Cina, almeno questo “problema”, non ce l’ha