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Marina Militare, le dragamine migliori al mondo e il nodo di Hormuz: cosa può accadere

di Daniele Dell'Orco sabato 14 marzo 2026

4' di lettura

Per sfruttare la leva dello shock finanziario globale a proprio vantaggio, l’Iran starebbe pensando di ricorrere alle mine antinave per blindare ancora di più lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio energetico mondiale. Teheran ha migliaia di questi ordigni nel suo arsenale, con cariche esplosive tra i 150 chili e una tonnellata, e capaci di individuare le navi grazie a sensori magnetici, acustici e di pressione. Alcuni modelli sarebbero autopropulsi, quindi possono persino muoversi autonomamente verso il bersaglio dopo averlo identificato.

Fonti dell’intelligence statunitense riportate da Reuters hanno parlato di preparativi iraniani per la posa di circa una dozzina di mine nel canale di transito delle navi commerciali, una mossa coerente con la strategia di Teheran che mira a colpire la logistica globale per spingere Israele e Stati Uniti a sedersi al tavolo delle trattative.
Tuttavia il Pentagono ha successivamente dichiarato di non avere ancora prove certe che lo stretto sia stato effettivamente minato, segno di quanto la situazione sia ancora parecchio fumosa.

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La sola possibilità, comunque, è sufficiente a paralizzare ulteriormente il traffico. Gli attacchi contro navi commerciali e la minaccia di finire nel mirino di droni, di missili, e della «mosquito flotilla» (l’asso nella manica di Teheran, cioè l’uso di migliaia di motoscafi, barchini, UAV marittimi da scagliare contro le navi), non consente deroghe. Washington ha scelto di fare ricorso alle sue riserve strategiche di petrolio per calmierare i mercati e, allo stesso tempo, continua a valutare la possibilità di scortare i mercantili con unità militari. Ma se nel frattempo il mare dovesse essere minato?

In questo scenario torna centrale una delle capacità navali più specializzate e meno visibili: la tecnica dragamine. Tutte le principali marine occidentali mantengono a tal proposito unità dedicate alla loro individuazione e neutralizzazione. Ma tra le marine della Nato, la flotta al momento in assoluto più consistente in questo particolare è quella italiana. La nostra Marina Militare dispone di 12 dragamine: 4 classe Lerici e 8 classe Gaeta/Lerici 2ª serie. Sono navi progettate proprio per operare in acque ristrette e ricche di traffico come quelle del Mediterraneo o del Golfo, costruite con materiali a bassa firma magnetica e dotate di sonar ad alta precisione e veicoli subacquei telecomandati, perché pensate per individuare e distruggere singoli ordigni con grande accuratezza. La Francia, invece, dichiara oggi una forza composta da 17 unità da combattimento, ma i dragamine tripartiti sono 10 (il resto è supporto e capacità complementari).

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Anche la Royal Navy britannica è fornitissima, ma alle loro 6 navi Hunt-class e 7 Sandown-class vanno stornate 2 ex Sandown fornite all’Ucraina per l’uso nel Mar Nero e 2 vendute alla Romania tra il 2023 e il 2025. Il dato più sorprendente riguarda proprio gli Usa, che sarebbero costretti a fare un affidamento quasi esclusivo sulle LCS, “Littoral Combat Ships”, ribattezzate dai marinai “Little Crappy Ships” (ovvero «piccole navi di m...») per i problemi di affidabilità che mostrerebbero dal momento dell'entrata in servizio. Questo perché il ritiro dell'ultima delle loro quattro navi dragamine dure e pure è stato disposto lo scorso settembre. Insomma, l’Italia si ritrova avanti a tutti. E ci sta pure investendo molto.

Negli ultimi anni la Marina ha infatti avviato un programma di rinnovamento della flotta con una nuova generazione di dragamine costieri e oceanici, progettati per integrare droni marini e sistemi autonomi. Questo aspetto della guerra infatti evolvendo così rapidamente che rappresentare un’eccellenza in tal senso renderebbe la nostra flotta all’avanguardia a livello mondiale, in un fondamentale in cui storicamente l’Italia sa il fatto suo. La presenza della Marina in missioni di bonifica non è infatti una novità.

Navi dragamine italiane partecipano regolarmente ai gruppi permanenti Nato dedicati alla lotta contro le mine e hanno operato in passato proprio nel Golfo Persico. Ora che la crisi nello stretto di Hormuz continua e la situazione evolve verso scenari per certi versi inaspettati, una missione di dragaggio delle mine non si può certo improvvisare, dal momento che richiede settimane di lavoro lento e metodico: le unità devono mappare il fondale, individuare ogni ordigno e neutralizzarlo uno per uno.

È un compito delicato e pericoloso, ma indispensabile per riaprire in sicurezza le rotte commerciali. Ecco perché, nel caso, tanto l’Italia quanto la Francia sarebbero in prima linea. Palazzo Chigi ieri ha smentito le indiscrezioni del Financial Times circa l’apertura di un dialogo con Teheran per cercare di garantire il passaggio sicuro delle proprie navi nello stretto. Ma l’Italia resta spettatore interessato di uno scenario che, se dovesse precipitare fino a un totale blocco marittimo, la porrebbe al centro dello scenario strategico occidentale. Anche perché gli Stati Uniti sembrano prepararsi al peggio, con l’invio di altri 5mila marines e navi da guerra in Medio Oriente, mentre non è più così remota l’ipotesi di blitz anfibi per sottrarre all’Iran il controllo delle isolette nello Stretto (come Abu Musa), l’isola di Qeshm o addirittura l’isola di Kharg, più a Nord, che rappresenta la cassaforte dell’export petrolifero iraniano e, in qualche modo, anche il suo principale punto debole nell’area.

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