Un episodio poco visibile, ma tutt’altro che secondario, si è consumato nei cieli del Mediterraneo durante l’ultima escalation in Medio Oriente. Una vicenda che mette insieme guerra, diplomazia e scelte operative tutt’altro che scontate. E per gli Stati Uniti è stato un vero “venerdì nero”. La base saudita di Prince Sultan - come ricostruisce Repubblica - è stata colpita da missili e droni, con la distruzione di tre velivoli, incluso un radar volante Sentry.
Soprattutto è andata in crisi la macchina logistica dell’aviazione americana: colpito l’hub delle cisterne volanti, indispensabili per rifornire i caccia e sostenere le operazioni. Nel caos operativo, il comando americano ha guardato all’Italia. In particolare alla base di Sigonella, snodo strategico nel Mediterraneo. È qui che, nella notte più delicata, il Pentagono ha tentato di ottenere l’autorizzazione per far atterrare un bombardiere, senza però chiarire fino in fondo i motivi della richiesta.
La risposta italiana è stata negativa. Il ministro Guido Crosetto ha bloccato lo scalo prima ancora che il velivolo potesse avvicinarsi allo spazio aereo nazionale. Una decisione maturata attraverso la catena di comando militare, in una situazione considerata evidentemente troppo sensibile. Nelle stesse ore, altri movimenti sono stati invece autorizzati: un Boeing C40, due C130 Hercules e un P8 Poseidon. Tutti velivoli non direttamente coinvolti in “attività cinetiche”, cioè negli attacchi. Diverso il caso dei bombardieri B1, capaci di trasportare fino a 13 tonnellate di ordigni e impiegati nei raid più pesanti. Proprio su questi mezzi si concentra il punto critico. I tracciati radar mostrano un’interruzione nei rifornimenti in volo, segno di un possibile imprevisto operativo. Da qui, con ogni probabilità, la richiesta di atterraggio a Sigonella, respinta però dalle autorità italiane. Intanto nei cieli europei continuava il flusso di caccia diretti verso il Golfo, costretti a rivedere rotte e piani. Un dato emerge con chiarezza: senza il supporto delle basi italiane, per Washington la gestione del conflitto diventa più complessa. E questa volta, a differenza del passato, Roma ha scelto una linea prudente.




