Donald Trump ha confermato l’ultimatum all’Iran, lascia aperta la porta del negoziato, ma le condizioni sono le premesse per la chiusura della storia della rivoluzione islamica iniziata nel 1979 con Khomeini: stop al programma nucleare e consegna dell’uranio arricchito; via libera al passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz. Il primo punto, significa la rinuncia dei capi del regime alla bomba atomica, l’arma che hanno cercato di costruire per imporre il loro dominio sul Medio Oriente e puntare i missili su Israele (che ha distrutto Hamas e Hezbollah, gli alleati di Teheran); il secondo punto, l’apertura dello Stretto, è solo questione di tempo, perché gli Stati Uniti con la pressione dell’aviazione e la Cina con la fame di energia metteranno l’Iran di fronte al suo totale isolamento (non a caso ieri Trump ha lodato i Paesi del Golfo). Quanto all’aiuto di Mosca, il Cremlino non può gestire quel fronte (sul piano economico e militare) mentre in Ucraina ha problemi crescenti di fronte all’abilità dell’esercito di Kiev.
Pechino e Mosca forniscono intelligence, assistenza satellitare, ma l’Iran sul piano militare è già sconfitto, ha una capacità di lancio limitata, la Marina è distrutta, così come l’aviazione, gli Stati Uniti penetrano nel territorio iraniano come un coltello nel burro, la straordinaria operazione di salvataggio del pilota è un altro successo dell’esercito americano e un’umiliazione per Teheran che ne ha fallito la cattura, nel cuore del suo territorio. Il Pentagono ha mostrato al mondo un primato tecnologico impressionante, la fusione dell’hardware e del software dell’intelligenza artificiale, la pianificazione delle operazioni e la rapidità nel condurle. «No one man behind», nessun soldato americano viene lasciato indietro, un imperativo che la Casa Bianca non ha tradito, un memento per i nemici (e gli alleati, illusi di poter proseguire a fare i free riders della Difesa), gli Stati Uniti sono oggi più che mai una straordinaria “killing machine” in difesa del mondo libero.
Non dobbiamo mai dimenticare qual è il reale scenario: abbiamo due guerre, una in Ucraina e una nel Golfo, che nello stesso tempo sono legate e distinte. La prima, nel cuore dell’Europa, è partita per una sottovalutazione incredibile del fattore Putin, l’aggressione del Cremlino è un tema che riguarda prima di tutto le cancellerie europee, sono trascorsi quattro anni e ancora assistiamo all’Europa che dà lezioni di guerra e pace senza avere un’idea né sulla guerra né sulla pace (Kaja Kallas che rimproverava Marco Rubio durante un G7 è stato un esempio di questa diplomazia kamikaze di Bruxelles); il secondo conflitto, la campagna in Iran, fa parte di un disegno strategico degli Stati Uniti e di Israele, dove il regime di Teheran è il pezzo della scacchiera che deve cadere per liberare il campo dalla minaccia nucleare e consentire alle petro-monarchie del Golfo di accelerare lo sviluppo economico e la transizione tecnologica, il Medio Oriente ha un’opportunità storica per sfruttare tutte le sue enormi potenzialità. La finestra di tempo di Trump è flessibile, non sembra ancora giunta al limite, le tensioni sui prezzi dei carburanti, le elezioni di midterm che si avvicinano, fanno parte di un calcolo che la Casa Bianca ha bene in mente, ma con almeno due elementi che sembrano sfuggire ai commentatori dell’inesistente sconfitta americana: Trump è al secondo mandato, non ha il problema di un’altra campagna presidenziale, può perdere le elezioni di novembre (cosa tra l’altro che accade quasi sempre per il presidente in carica) e continuare a agire secondo la sua idea di America First; l’altro suo punto di forza è la consapevolezza di avere un formidabile strumento militare per raggiungere il suo obiettivo politico.
Quale? In guerra ne esiste solo uno, la vittoria. È nella definizione di quest’ultima che si cela la soluzione della guerra: il regime iraniano è zombificato, il figlio di Khamenei, Mojtaba, è una Guida Suprema inesistente, non si è mai visto in pubblico, i suoi messaggi sono dettati dalle Guardie della rivoluzione, il gruppo di comando è stato spazzato via (l’altro ieri è stato eliminato in un raid anche Majid Khademim, il capo dell’intelligence dei pasdaran), nessuno è al sicuro, tutti sono bersagli, le analisi dei segnali in possesso dell’intelligence indicano un aumento delle probabilità di una rivoluzione interna, una campagna di bombardamenti sulle infrastrutture - reti stradali, telecomunicazioni e energia - può accelerare il collasso del sistema. Questo è il disegno di Trump (e perciò lo ripete), che ha ancora il tempo per giocare la partita in uno scenario «win win»: se il regime accetta i termini del negoziato, ha vinto; se capitola sotto le bombe, ha stravinto. In un solo caso Trump può perdere: si realizza se l’Iran trascina gli Stati Uniti in una «never ending war», una guerra senza fine. È un quadro strategico che per la Casa Bianca non esiste. In mezzo, ci siamo noi, l’Europa incerta a tutto e la Nato frammentata da una visione fuori dal tempo e dalla storia. Questo è il capitolo del “dopo”, lo vedremo presto, ma oggi è un altro giorno, scade l’ultimatum.