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Sanchez è un bluff, il modello Spagna piace soltanto a Schlein e compagni

di Carlo Nicolato sabato 4 aprile 2026

4' di lettura

L’ultimo santino col volto di Pedro Sanchez che gira nella sinistra nostrana è quello di paladino della pace e del diritto internazionale. Un Don Chisciotte che si oppone intrepido e solitario alle angherie del tiranno d’oltreoceano.

Una posizione, quella del premier socialista spagnolo, che ha inorgoglito il suo elettorato e che probabilmente gli ha evitato l’ennesima figuraccia alle elezioni di Castilla e Leon dello scorso marzo nelle quali ha perso sì, ma non quanto ci si aspettava. «Noi socialisti siamo qui per questo. Per difendere la pace. Per proteggere il popolo. Per essere dalla parte giusta quando conta di più», ha scritto l’opportunista Sanchez in una lettera ai militanti del suo partito.

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Ma la retorica pacifista riuscirà a far dimenticare tutti gli scandali che hanno interessato il suo partito, nonché i suoi familiari, e soprattutto a consolare tutti i suoi concittadini che non arrivano alla fine del mese? E sì perché la guerra in corso ha già sortito i suoi prevedibili effetti con un consistente aumento dei prezzi dell’energia, e quindi dell’inflazione, ma tali aumenti in Spagna rischiano di fare molti più danni che altrove, nonostante la certificata crescita economica degli ultimi anni che tanto ha eccitato i suoi ammiratori oltreconfine. Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato di due decimi di punto percentuale le sue previsioni di crescita per la Spagna quest'anno, portandole al 2,1%, mentre l’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo ha registrato a marzo un’inflazione del 3,3%, quasi il doppio di quella registrata in Italia nello stesso mese. Un livello che non si vedeva dal 2024 e che risulta essere nettamente superiore a quello dell’attuale media europea del 2,5%.

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Gli esperti spagnoli vicino al governo spiegano che l’inflazione «leggermente» più elevata è il prezzo che bisogna pagare per avere una crescita economica superiore a quella delle principali economie europee, ma ovviamente evitano di spiegare che ai numeretti positivi del Pil di questi anni non corrisponde e non è mai corrisposto un pari aumento di benessere della popolazione spagnola. Prendiamo ad esempio i salari. Secondo l'ultimo rapporto dell'Agenzia delle Entrate di Madrid il 37% della forza lavoro percepisce lo stipendio minimo o addirittura meno, nel caso di lavori non a tempo pieno. Questo vuol dire che in Spagna ci sono 7,6 milioni di lavoratori dipendenti su un totale di 20,6 milioni che percepiscono poco più di 1400 euro al mese lordi, equivalente a uno stipendio netto di circa 1100 euro. Il numero di persone che percepiscono solo il salario minimo si avvicina ai quattro milioni, mentre coloro che guadagnano anche meno ammontano a 3,7 milioni.

Tra questi, secondo i dati della società di consulenza per le risorse umane Randstad, c’è un esercito di 632.800 lavoratori, in particolare donne, che è costretto a dedicarsi a più di un lavoro per riuscire a tirare la fine del mese. Ma c’è un altro dato che spiega molto bene la sostanza della crescita economica spagnola in salsa socialista, quello secondo cui quasi la metà del segno più negli ultimi tre anni è attribuibile ai lavoratori stranieri.

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Tra il 2022 e il 2025, il Prodotto Interno Lordo spagnolo è aumentato dell'8,9%, di cui 4,2 punti percentuali sono il risultato diretto dell'ingresso di lavoratori nati all'estero nel mercato del lavoro. E chi sono dunque i lavoratori meno pagati in Spagna, cioè quelli cui parlavamo prima che percepiscono lo stipendio minimo o anche meno? Manco a dirlo sono proprio gli immigrati, che secondo i dati ufficiali guadagnano il 29% in meno dei lavoratori spagnoli nati nella penisola. Questo significa che la bellissima crescita economica spagnola è dovuta in gran parte a immigrati sottopagati, una sorta di esercito di schiavi disposti a lavorare prendendo il minimo o meno pur di rimanere in Spagna. E che secondo gli ultimi decreti varati dal governo Sanchez che permettono la regolarizzazione in massa dei clandestini è destinato a crescere di 800mila unità. Secondo i calcoli del premier tale mossa permetterà di sostenere ulteriormente il Pil, ma sono calcoli destinati a un brutale fallimento specie se l’inflazione continuerà a salire.

Di fatto ci sono 8 milioni di persone che faticano ad arrivare alla fine del mese, la gran parte dei quali non riesce a pagare gli affitti di casa. Sanchez ha cercato di porre rimedio all’aumento degli affitti, che negli ultimi anni è di fatto raddoppiato, con misure che cercano di bloccarne il costo, ma ciò è servito solo, come ha fatto notare nelle ultime raccomandazioni alla Spagna il Fmi, a ridurre significativamente l'offerta di alloggi, sommando un problema ai problemi già esistenti. Le pesanti sconfitte elettorali socialiste degli ultimi mesi non nascono solo dai problemi interni al partito, dalla corruzione e dalle alleanze farraginose e pericolose, ma anche e soprattutto da una politica che ha nascosto i problemi e ha agevolato l’immigrazione di massa per cercare di risolverli.

Le prossime elezioni si terranno tra qualche giorno, il 17 di maggio in Andalusia e stavolta Sanchez ben difficilmente potrà contare sul suo donchisciottesco pacifismo antitrumpiano. Secondo i sondaggi il Psoe arriverà a malapena al 20,5% dei voti, segnando una perdita di 4 punti rispetto alla tornata già disastrosa di 4 anni fa, e dovrà guardarsi alle spalle dall’ascesa di Vox che è dato al 17,3%, in crescita di 4 punti. Il Ppe invece si potrebbe confermare con oltre il 40%. Si dimostrerà insomma che se solo Pp e Vox si mettessero d’accordo Sanchez è destinato a lasciare la Moncloa per sempre. 

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