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Hormuz, prove generali per la grande guerra navale: la Cina fa paura

di Roberto Tortora venerdì 24 aprile 2026

2' di lettura

Il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, resta fermo, immobile, mentre attorno a lui si muove il mondo. “Ascolta tutti e parla con tutti – racconta Wang  - e tutti vogliono parlare con lui”. Al di sotto c’è il ministro degli Esteri, Wang Yi, che tesse la tela, assegna ruoli, promette futuro. Ma la bussola è una sola: interesse nazionale e visione lunga. Lunghissima.

I numeri spiegano più delle parole. Nel 2025, secondo la U.S. Energy Information Administration, la Cina ha aggiunto 1,1 milioni di barili al giorno alle riserve strategiche. Totale stimato: quasi 1,4 miliardi di barili, cioè circa 3,4 volte quelle americane. Dati opachi, perché Pechino non li pubblica, ma il senso è chiarissimo: prepararsi a tutto. Anche al peggio. E infatti, quando lo Stretto di Hormuz si blocca, se l’Asia trema la Cina, invece, è calma.

Le analisi interne suggeriscono di riaprire il passaggio, ma Xi non ha fretta. “La Cina non solo può aspettare, ma sa aspettare”. Intanto aumenta la pressione. Senza strappi. Dietro c’è una strategia precisa, che passa dal mare. Pechino ha studiato Hormuz da vicino: le annuali esercitazioni navali congiunte fra Cina, Russia e Iran, le cosiddette “Security Belt”, con obiettivi espliciti: “addestramento al tiro contro bersagli marittimi, individuazione, abbordaggio, perquisizione e sequestro di navi”. Tradotto: guerra ibrida. E poi le mine navali. Una vera ossessione.

L’ammiraglio Xiao Jinguang aveva già indicato la strada: sabotaggi, porti minati, uso di pescherecci per operazioni non convenzionali. Oggi la Cina dispone di “tra le 50 e le centomila mine navali”, contro meno di diecimila americane. E una flotta dedicata imponente. L’analista navale H. I. Sutton ha scritto così a gennaio: “la Repubblica popolare si è dotata di una delle più grandi flotte al mondo dedicate alla guerra di mine, con circa 60 unità tra cacciamine e dragamine, probabilmente la più numerosa in assoluto”.

Gli obiettivi non cambiano: controllare le rotte. Taiwan è il banco di prova. Un blocco navale, o una quarantena, piegherebbe Taipei in tempi rapidi. Non è un caso se, secondo Singapore, “quello che state vedendo nello Stretto di Hormuz sarà solo una prova generale”.

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