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Così The Donald incarna lo spirito americano

L'imprenditore ha conosciuto sfavillanti ascese e vertiginosi rovesci, sempre rialzandosi, sempre ripartendo, sempre escogitando un nuovo itinerario perla carovana del successo
di Giovanni Sallusti martedì 28 aprile 2026

3' di lettura

Quello di Donald J. Trump è un grande romanzo americano, e più lo leggiamo con le lenti del sussiegoso declino europeo, meno lo comprendiamo. Tralasciamo qui, per rispetto del lettore, l’autoattentato e le farneticanti tesi complottiste. Ma anche chi prova a incastrare il Potus nelle proprie griglie ideologiche preconcette, il “nazionalismo”, il “populismo” et similia, è invariabilmente condannato allo smacco (clamorosa la cantonata dei dotti nostrani a proposito di un inesistente “isolazionismo” trumpiano). Le cose iniziano a mutare se cambiamo piano di lavoro, e inquadriamo la traiettoria del 47esimo presidente degli Stati Uniti con un altro grandangolo, quello dello spirito americano. Che significa anzitutto spirito della Frontiera. Come chiarì il grande storico Frederick Jackson Turner, la Frontiera è quella versione precipuamente americana della costruzione di una nazione, che consiste nella civilizzazione continua, instabile ma in indomabile avanzata, metro per metro, ripartendo sempre da capo, contro l’ignoto. C’è una tonalità ulissiaca, una ubris produttiva che si traduce nell’impossibilità della resa, alla radice dello stesso esperimento libertario americano.

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Ed è, smaccatamente, anche il tratto dominante dell’avventura pubblica di Trump. A partire dall’imprenditore, che ha conosciuto sfavillanti ascese e vertiginosi rovesci (uno su tutti, il tentativo di trasformare Atlantic City nella Las Vegas della Est Coast attarverso il business dei casinò), sempre rialzandosi, sempre ripartendo, sempre escogitando un nuovo itinerario perla carovana del successo. E poi, con evidenza ancora più spettacolare, nella sua vita politica, che pare uno spaccato della vita di Frontiera, al crocevia tra il pioniere che si mette alla testa del popolo Maga, il gambler che trasforma il gioco d’azzardo nella forma contemporanea della (geo)politica, il pistolero ferito che si reca al duello finale («fight, fight!», urlò quel giorno fatale a Butler, mentre i Democratici imponevano Kamala senza nemmeno passare dall’Ok Corral del vaglio popolare). Lo irridevano, quando tutto cominciò.Primarie repubblicane per individuare lo sfidante di Hillary Clinton: i grandi giornali americani relegavano gli articoli su di lui nelle pagine di Costume e Spettacoli, non in quelle di Politica. Intanto, lui si aggiudicava Stati su Stati, fino alla nomination e poi alla Casa Bianca. Dopodiché gli lanciano contro la bolla del RussiaGate, mentre è l’unico ad esercitare una deterrenza efficace su Vladimir Putin. Si arriva all’acme drammatico dei fattacci di Capitol Hill, al culmine di una tornata elettorale atipica, dominata dal voto per posta, con lo scialbo Joe Biden che supera persino i voti popolari ottenuti a suo tempo dal rampante e telegenico Barack Obama. Non è la notte della democrazia di cui hanno cianciato le anime belle, ma certo fu una ferita istituzionale che, a logica convenzionale, avrebbe dovuto decretare la morte politica dell’Orco col toupet. Ma la leadership di The Donald non è convenzionale, e probabilmente non è nemmeno (soltanto) logica, è saldata nell’antropologia della nazione, in quella «rinascita perenne» che secondo Turner caratterizza il modo d’essere americano. Trump torna, Trump rivince, nonostante gli sparino, forse rivince proprio perché gli sparano, e lui sopravvive, un impercettibile movimento del capo che cambia i connotati della Storia, l’orecchio sanguinante, il pugno stretto, la bandiera sullo sfondo. Non l’hanno fermato, non ce l’hanno fatta nemmeno sabato notte. Il prossimo funerale (politico) è fissato per il mid-term. Fate la vostra puntata, ma ricordatevi che i gambler tengono sempre più di un asso nella manica.

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