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Starmer e Re Carlo, visioni opposte sugli Usa

Trump e il premier inglese non sono fatti per capirsi. Re Carlo invece prova a guardare oltre le divisioni del momento, consapevole dell’importanza di tenere unita l’anglosfera
di Corrado Ocone martedì 28 aprile 2026

3' di lettura

God Save the King. Sono le prime parole dell’inno nazionale del Regno Unito. Salvare e proteggere il sovrano significa difendere la patria, l’identità nazionale, la tradizione. E di fronte alla maestosità di ciò che ha rappresentato la storia inglese, non solo per quel popolo ma per la nostra stessa civiltà liberale, la politica spicciola, nella sua prosaica quotidianità, nella sua effimera esistenza, perde quasi peso e valore. Una immagine plastica di questa dialettica fra ciò che persiste, sussiste e dà continuità e ciò che muta seguendo i capricci degli accadimenti del mondo è data in queste ore dal viaggio di Re Carlo III, sovrano inquieto e consapevole del suo ruolo e delle sue responsabiltà, in America. Laddove Keir Starmer, un premier debole e vittima degli eventi e della sua ideologia progressista, si è allontanato come non mai dallo storico alleato americano, il sovrano corre a Washington per riaffermare quella special relationship che ha costruito e garantito negli ultimi secoli il mondo di libertà e democrazia in cui viviamo. Formalmente il monarca è in America per celebrare il 250esimo anniversario dell’indipendenza delle colonie inglesi dalla madrepatria, ma è chiaro che ben altro senso e significato assume la sua presenza dopo che Trump ha criticato la scelta di Starmer di non supportarlo nella guerra all’Iran dicendo che «non è all’altezza di Churchill». Ma perché la relazione speciale fra Regno Unito e Stati Uniti è così importante, e quasi “sacra”, per chi tiene alla buona sorte della nostra civiltà?

Perché risultò fondamentale già pochi anni dopo la dichiarazione d’indipendenza del 1776? Per rispondere a queste domande occorre far riferimento a due classici del pensiero politico: La democrazia in America, il capolavoro di Tocqueville uscito in due volumi fra il 1836 e il 1840, e l’affascinante Terra e mare, il breve ed epocale trattato di “storia universale” di cui fu autore nel 1942 Carl Schmitt. La grandezza dell’opera di Tocqueville è nell’avere visto l’America come una Europa liberata dai lacci e lacciuoli che la tenevano avvinta e non le permettevano di esprimere ancora in modo puro, come avveniva oltreoceano, la tendenza alla democrazia (con le sue virtù e i suoi vizi) a cui pure era destinata.

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Merito di Schmitt fu invece, giusto un secolo dopo, quello di distinguere fra Europa e Europa, nel momento in cui l’egemonia sui mari, e quindi per lui sul globo intero, si apprestava a passare dall’impero britannico, potenza di mare per eccellenza, ad un’altra potenza di mare, gli Stati Uniti, figlia ed erede di Londra che aveva fatto proprio il modello materno e lo aveva superato. Il Regno Unito, potenza di mare, è per Schmitt altra cosa dall’Europa continentale, dominata da potenze di terra: laddove il mare è libertà, commercio, apertura mentale, senso profondo del valore dell’individuo; la terra è l’ambiente in cui lo spazio, anche mentale, degli individui si comprime, la protezione viene apprezzata più della libertà, si ha una concezione organicistica della società e della politica. Unito nell’adesione ad un unico modello, che potremmo definire capitalista in economia e di democrazia liberale in politica, lo spazio dell’anglosfera ha dato il tono al secondo dopoguerra. Ma, sotto l’ala protettrice della libertà, ha visto anche nascere al suo interno, negli ultimi decenni, nelle università e fra le élite, il tarlo dell’antioccidentalismo e della cultura woke. L’America profonda ha reagito a questa deriva, ed ha eletto Trump, l’Inghilterra è invece governata da un leader e da un partito che si oppongono a questa reazione e riaffermano i dettami della cultura egemone. Trump e Starmer non sono fatti per capirsi. Re Carlo prova a guardare oltre le divisioni del momento, consapevole dell’importanza di tenere unita l’anglosfera.

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