"Orban in prigione? Decidono i giudici indipendenti". Il nuovo premier ungherese Peter Magyar, intervistato da Repubblica, sembra aprire la stagione delle "purghe" a Budapest mettendo di fatto nel mirino il suo (ex) potentissimo predecessore.
Il leader eletto poche settimane fa rivendica una campagna elettorale costruita "incontrando e ascoltando le persone", nei villaggi e nelle città dell'Ungheria, arrivando ad accettare l'etichetta di populista, come chiave della vittoria su Orban e del superamento della paura su cui, a suo giudizio, si reggeva il sistema di potere di Fidesz.
Già premier in pectore, parla del documentario Spring Wind - The Awakening dedicato alla sua "lunga marcia" politica e visto da quasi 3,4 milioni di ungheresi. Magyar oggi incontrerà a Roma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ha scelto l'Italia come prima tappa all'estero dopo le elezioni. Ha accompagnato al Riviera International Film Festival il regista Tamas Yvan Topolanszky, autore del film e tra i primi a credere nella sua sfida politica. "Ho incontrato miriadi di cittadini, abbiamo fatto un enorme lavoro con 50mila volontari, non c'è un solo segreto, ce ne sono cento", spiega Magyar rispondendo a una domanda sulla campagna elettorale costruita senza accesso ai media tradizionali, in larga parte controllati da Orban. "Però è chiaro che ormai non basta fare le conferenze stampa, andare a farsi intervistare in tv o usare i social media. Bisogna rimboccarsi le maniche, lavorare duro, incontrare le persone".
La parte più interessante dell'intervista, però, è quella relativa al futuro e ai nuovi equilibri destinati a stravolgere l'Ungheria e avere un'eco profonda anche all'interno delle destre europee e dell'Unione europea. Magyar rivendica l'accusa di populismo. "Tanti politici e giornalisti dicono che sono un populista. Ebbene sì, in un certo senso lo sono. Incontro e ascolto le persone, quindi sono un populista. Ma per me la politica è questo - continua -: sono le persone, i loro desideri, le loro speranze. È la democrazia. E in molti paesi è venuta a mancare nella politica: mancano i cittadini, le persone, che sono la cosa più importante". Sul tema della giustizia e delle responsabilità del sistema di potere creato da Orban, Magyar premette che non spetta alla politica mandare qualcuno in carcere. Nel documentario si rivolge più volte al regime dicendo: "Li manderemo tutti in prigione". Nell'intervista chiarisce il concetto: "Non è il mio compito. E' compito dei giudici".
"Quello che possiamo fare, anzi, ciò che abbiamo la responsabilità di fare è restituire l'indipendenza alla giustizia, istituire eventualmente delle nuove autorità anticorruzione e aderire, come Ungheria, all'ufficio europeo anticorruzione, l'Olaf. Ma non sta a un politico né a un primo ministro mandare qualcuno in prigione". Magyar dice di sapere che cosa gli ungheresi si aspettano da lui, ma insiste sulla necessità di rispettare lo stato di diritto. "Ovviamente so bene cosa ho detto e so cosa gli ungheresi si aspettano da me e capisco i loro desideri. Ma io devo essere molto rigoroso su questo, e lo sarò: non sta a me né a nessun altro politico mandare qualcuno in prigione". Ribadisce però di avere chiesto le dimissioni del presidente della Repubblica magiara, del presidente della Corte costituzionale e dei vertici delle altre alte corti, definendoli "marionette" di Orban. Ma aggiunge che l'obiettivo non è sostituire solo i vertici istituzionali, bensì cambiare il sistema.
"Nella Bibbia si legge 345 volte che non bisogna avere paura. E il mio esempio, il mio modello è sempre stato Giovanni Paolo II che spesso ripeteva 'non abbiate paura'. Forse perciò è stato importante andare in tutti quei posti, parlare direttamente con la gente, guardarli negli occhi, stringergli la mano, e ripetere spesso quella frase, 'non abbiate paura'. È stato un bene andare direttamente da loro, dalla gente nelle campagne, e dimostrare loro che non erano soli".