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Sebastiano-Arafat: se ritornano allora sono fantasmi

Il re portoghese scomparso e il leader palestinese accomunati dalla stessa fede laica (e pericolosa)
di Giovanni Longoni lunedì 11 maggio 2026

2' di lettura

Sebastiano del Portogallo aveva ventiquattro anni quando s’imbarcò a Belém con ottocento navi e ventimila uomini. La sua era una crociata personale: voleva riportare il suo regno al centro del mondo, recuperare il dominio sul Marocco e, già che c’era, andare a liberare Gerusalemme dal Turco. Il 4 agosto 1578, nei pressi di Alcácer Quibir, schierò le proprie truppe contro un esercito marocchino di quarantamila cavalieri.

Perse. Non fu una sconfitta: fu una carneficina. Mori un’intera classe dirigente: come gli ungheresi a Mohács o i polacchi a Katyn. Sopravvisse qualcuno per raccontare e il corpo del re non fu mai trovato.

Quella scomparsa nel nulla divenne il cuore di una leggenda: Sebastiano non era morto, si era ritirato in qualche luogo remoto, attendeva il momento giusto per tornare. Il sebastianismo diventò una religione laica portoghese: la fede nel re che ritornerà nel giorno in cui il Portogallo tornerà grande. Quel giorno non arrivò mai. Nel 1580 la corona passò a Filippo II di Spagna. Il Portogallo scomparve per sessant’anni come Stato indipendente, poi riapparve quale pedina nel gioco diplomatico britannico. Ma la leggenda durò e fu una delle basi della identità portoghese, dal nazionalismo ottocentesco fino a Pessoa. Oggi è forse solo letteratura. Non in Brasile dove, dalla fine dell’Ottocento, il messianismo è la realtà politica. Dalle rivolte di Canudos, Contestado e Juazeiro fino ai messianismi opposti di Bolsonaro e Lula.

*** Il 13 settembre 1993 Yasser Arafat, la kefiah in testa, strinse la mano a Yitzhak Rabin nel giardino della Casa Bianca. Aveva passato trent’anni in esilio — Giordania, Libano, Tunisia — cacciato ogni volta, sopravvissuto ogni volta. Nel 1982 era uscito da Beirut su una nave, fuggendo dagli israeliani. Il 1° luglio 1994 rientrò a Gaza, presidente di un’Autorità su un territorio. Sembrava che avesse vinto: Nobel, riconoscimento internazionale.

Poi tutto si disfece. Camp David fallì nel 2000, esplose la Seconda Intifada e nell'aprile 2002 i carri armati israeliani circondarono la Muqata, il suo quartier generale a Ramallah, e lo ridussero a brandelli. Arafat rimase barricato tra i sacchi di sabbia, in un ufficio fra le macerie, mentre Massimo D'Alema veniva a convincerlo ad andarsene in Europa. Rifiutò. Ricevette delegazioni, rilasciò interviste, si mangiò una scatola di Baci Perugina. Governava un cumulo di rovine.

Nel 2004 lasciò la Muqata in barella. Morì a Parigi. È sepolto a Ramallah, in attesa di essere trasferito a Gerusalemme quando nascerà lo Stato palestinese. I francesi chiamano i fantasmi revenants, quelli che tornano. Sebastiano non tornò mai. Arafat non ha smesso di tornare. L’effetto è lo stesso: sono spettri. 

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