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Nella narrazione anti-Trump gli ayatollah diventano pacifisti

Ascoltando i telegiornali, o seguendo più in generale i media, si nota che sono diventati luoghi comuni, e quindi “realtà”, proprio delle tendenziose interpretazioni di parte
di Corrado Ocone martedì 12 maggio 2026

3' di lettura

«Non esistono fatti, ma solo interpretazioni». Il «fatto» in sé preso è «stupido». Sono due noti aforismi di Nietzsche che, alla luce del suo stesso pensiero, andrebbero precisati e relativizzati. Non è questo il luogo. Qui basti dire che chi domina il linguaggio, cioè stabilisce le regole anche grammaticali e in genere comunicative della discussione, ha già in mano una buona fetta di potere. Ed è quel che accade nel dibattito pubblico italiano (e non solo). A ben vedere l’«egemonia culturale» di cui tanto si parla, spesso a sproposito, è proprio nel possesso di questa capacità di controllo. Prendiamo il caso del conflitto che vede contrapposti Stati Uniti e Israele, da una parte, e Iran dall’altro.

Ascoltando i telegiornali, o seguendo più in generale i media, si nota che sono diventati luoghi comuni, e quindi “realtà”, proprio delle tendenziose interpretazioni di parte. Tanto per cominciare, si dice che il governo di Teheran tiene in scacco il “grande Satana” e che gli attacchi americani non hanno sortito effetti o quasi sul regime resta saldamente in piedi, immutato e forte. In verità, i vertici iraniani sono stati decapitati, con precisione chirurgica, e gli equilibri di potere interni sono stati sovvertiti: oggi sono le guardie rivoluzionarie a tenere in piedi il regime, malconcio, e gli ayatollah quasi non hanno più potere. Proprio perché americani e israeliani hanno dimostrato una capacità spionistica e di azione senza pari, i rappresentanti del governo iraniano vivono in una situazione di insicurezza e terrore costanti e sono costretti a cambiare residenza in modo pressoché continuo.

Un altro luogo comune, o un’altra fake news se preferite, è che la potenzialità nucleare del regime sia anch’essa restata immutata e che, non essendo stati capaci Trump e Netanyahu di fermarla, il presidente americano si vede costretto a negoziare per ritornare all’accordo di contenimento di cui fu artefice Obama. In verità, ciò che nessuno dice è che a Trump quell’accordo non sta bene perché non ha funzionato proprio nella parte più importante: le verifiche del suo rispetto, da parte di organi terzi e internazionali, non ci sono state, o sono state ridicole. Sulla rigorosità del loro rispetto si gioca buona parte della trattativa cercata da Trump. Anche le capacità militari dell’Iran, nonostante i probabili aiuti sotto banco di Cina e Russia, sono fortemente diminuite. Se l’Iran crea ancora problemi, da questo punto di vista, è perché le guerre asimmetriche fatte oggi coi droni, dando in mano anche ai più deboli, strumenti di offesa di facile reperimento, tendono a non finire mai. Falso è poi anche dire che i Paesi arabi alleati dell’Occidente siano divisi e perplessi sulla loro scelta.

Al contrario, i lanci falliti di missili da parte di Teheran hanno convinto ancor di più questi Paesi a creare forti alleanze in senso anti-iraniano. Il senso ultimo dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’ Opec, dominato in buona parte dall’Iran, è proprio questo. Last but not least, una nota sulle trattative e sul rifiuto di Trump di accettare la proposta di Teheran perla pace. In verità, più che una proposta quella degli iraniani è stata una provocazione, prevedendo addirittura il controllo per sé di quello stretto di Hormuz che loro non è mai stato. L’idea che è passata sui media, ben sintetizzata da un titolo in prima pagina del Domani, è che mentre «l’Iran apre, Trump minaccia». Il capovolgimento della realtà, con i guerrafondai che passano per pacifisti, è così servito!

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