Marcel Duchamp diceva che i pezzi degli scacchi sono l’alfabeto che plasma i pensieri. In altre parole, l’Abc della ragione. Una grande verità, che risulta evidente leggendo un’analisi geopolitica del campione mondiale Garry Kasparov, intervistato dalla giornalista americana Jill Dougherty alla Lennart Meri Conference a Tallinn. Kasparov è stato uno scacchista leggendario e sappiamo quanto quelli come lui siano intelligenti, di gran lunga più della media. Però che affermi, quasi fosse convinto di anticipare uno scacco matto, che la Cina attende la sconfitta della Russia in Ucraina per prendersi la Siberia denota anche un fiuto politico fuori dal comune. Infatti sentite qui: «I dittatori mentono sempre su ciò che hanno fatto. Ma molto spesso ti dicono esattamente quello che faranno». Verissimo. Hitler aveva anticipato il suo programma nel Mein Kampf, ma nessuno lo aveva preso sul serio. Allo stesso modo abbiamo sottovalutato Putin, che vent’anni fa aveva chiesto di riportare la Nato ai confini del ’97, quindi è passato alle vie di fatto prendendosi la Crimea e poi invadendo l’Ucraina.
Pensieri che suggeriscono un paio di considerazioni sulla politica e gli scacchi, magari per non fare la fine di Neville Chamberlain. Il primo ministro inglese che tentò di fermare Hitler con l’appeasement, firmando gli accordi di Monaco con cui nel 1938 si sacrificavano i Sudeti: fu l’antipasto della seconda guerra mondiale. A quanto si sa, Chamberlain non giocava a scacchi; Winston Churchill invece sì. Non serve ricordare che la vittoria alleata sul nazismo fu in gran parte opera sua, forse che suo padre Randolph era stato tra i fondatori del circolo di scacchi dell’università di Oxford invece sì. Aveva insegnato le regole a Winston ancora bambino ed egli nella vita politica aveva continuato a considerarli una metafora del governo e della strategia militare. Nella sua residenza di Chartwell è tuttora visibile la sua scacchiera originale, non appena le circostanze lo permettevano giocava e tra le sue molte frasi celebri, ce n’è una che non lascia spazio ai dubbi: «Punta più di quanto tu possa permetterti di perdere ed imparerai il gioco».
Churchill era freddo, analitico, sapeva aspettare e calcolava le mosse del nemico, come anche i sacrifici inevitabili. Era un vero scacchista. Non per niente si è ritrovato a disputare partite con altri leader internazionali, il più celebre dei quali fu il russo Nikita Chruscev, il numero uno dell’Unione Sovietica che aveva normalizzato i rapporti con gli Stati Uniti e denunciato le purghe staliniste, peraltro senza essere assassinato, anzi governando a lungo: miracoli degli scacchisti. I più grandi del mondo per tradizione sono appunto i russi, come lo stesso Kasparov del resto, ma è vero anche che il ministro dell’economia inglese si chiama Cancelliere dello Scacchiere. Non si creda tuttavia che la politica e gli scacchi si intreccino solo al nord e al nord est dell’emisfero occidentale. Il rivoluzionario Che Guevara aveva partecipato a molti tornei; nel 1962 aveva giocato contro il campione argentino Miguel Najdorf, strappando un onorevole pareggio. La politica purtroppo lo scacco matto glielo fece subire, ma bisogna dire che giocava a scacchi anche Fidel Castro. Era arrivato a misurarsi con campioni del mondo come Tigran Petrosjan e Bobby Fischer; saranno pur stati amichevoli e nel dubbio i furboni l’avranno anche lasciato vincere, trattandosi di un dittatore, sta di fatto che Castro a Cuba ha regnato come il Re Sole e questo vorrà pur dire qualcosa. Anche Garibaldi e Mazzini si cimentavano con gli scacchi e non per niente hanno fatto l’unità d’Italia, stupisce invece che non si abbiano notizie scacchistiche su Cavour, che tuttavia scacchista lo sembrava eccome. E i politici attuali? Non pervenuti. Trump ama il poker e si vede: «You have not the cards». L’unico a misurarsi con torri, cavalli e regine è Benjamin Netanyahu: siamo certi che la cosa non stupirà nessuno.