Come si dice epurazione in ungherese? La domanda va posta al neo primo ministro Péter Magyar, trionfatore delle elezioni dello scorso 12 aprile per il rinnovo dell’Assemblea nazionale d’Ungheria. Alla testa del Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza), Magyar ha mandato in pensione Viktor Orbán, capo del governo di Budapest per venti anni: i primi quattro dal 1998 al 2002 e gli altri sedici tutti di un fiato fra il 2010 e il 2016. Uscito di scena il padre e padrone del Paese, Magyar si è sistemato in un ufficio ministeriale nei pressi del Palazzo del Parlamento, il fastoso complesso neogotico sulle rive del Danubio, grande attrazione turistica della capitale.
La scelta di Magyar è di rottura: fino a ieri gli uffici del primo ministro erano ospitati nell’ex monastero carmelitano di Buda convertito nel 2019 in sede del governo. Ottenuta la fiducia dell’Assemblea Nazionale, il leader di Tisza ha dato ordine di riaprire il monastero alle visite dopo averlo personalmente liberato dalle barriere che lo circondavano. Un segnale per i cittadini: Orbán non c’è più e neppure il suo ufficio. Al gesto simbolico sono seguite una serie di mosse di sostanza: nel giro di pochi giorni Magyar ha chiesto le dimissioni del capo dello Stato, Tamás Sulyok; del procuratore generale d’Ungheria, Nagy Gábor Bálint; del presidente della Corte Costituzionale Péter Polt; e ancora del presidente della Corte di Cassazione András Varga Zsolt. Aria fresca Magyar ha chiesto anche alla Corte dei Conti e all’Autorità per la Concorrenza.
RICAMBIO
Visto che c’era, il neocapo del governo ha fatto un po’ di pulizia anche fra i ranghi militari facendo pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale il decreto con cui il colonnello generale Gábor László Böröndi è stato sollevato dall’incarico di capo di stato maggiore delle Forze armate con effetto dal 31 maggio 2026. L’avvicendamento di Böröndi con il generale Zsolt Sándor è stato giustificato con «una mancanza di armonia» e la necessità di ripristinare il morale interno alle forze armate scrive Hungary Today, ma lo schema è ormai consolidato: le posizioni-chiave del potere devono essere affidate a uomini (di donne se ne vedono per ora poche) fedeli a Magyar e al suo partito Tisza.
Non si tratta però né di uno spoils system all’americana né del manuale Cencelli all’italiana. L’idea è di cancellare ogni traccia dell’eredità di Orbán, un leader che forte di maggioranze “introvabili” al Parlamento di Budapest, ha rimodellato il Paese a propria immagine e somiglianza. Alla testa delle truppe di Fidesz, l’Unione civica ungherese posizionata molto a destra dello schieramento politico, nel corso degli anni Orbán ha consolidato il potere dell’esecutivo, imposto giri di vite alle attività dei media, limitato lo spazio di manovre delle ong, ha indebolito le accademie e l’indipendenza dei giudici guadagnandosi sulla stampa straniera il nomignolo di Viktator ed entrando in rotta di collisione con l’Unione europea sugli standard democratici dell’Ungheria. Il braccio di ferro culminato nella decisione di Bruxelles di congelare miliardi di euro in finanziamenti per il Paese mitteleuropeo, subito scongelati con l’arrivo di Magyar.
PUPAZZI
Se da un lato è dunque “normale” che un primo ministro di rottura tagli con il passato – fra i suoi primi atti ha messo fino allo stato d’emergenza in vigore dal 2020 causa Covid e mai più revocato – più curiosa è la circostanza che fino al 2024 lo stesso Magyar, che oggi si definisce un conservatore liberale, fosse membro dello stesso Fidesz, il partito dalle cui file è stato scelto per esempio il capo dello Stato due anni fa. Secondo Magyar, il presidente Sulyok «è inadatto a incarnare l'unità della nazione ungherese, indegno di essere il guardiano dello stato di diritto e inadatto a servire come standard morale o modello di ruolo per il popolo ungherese». E al quale ha intimato di sloggiare entro il 31 maggio. Sulyok non si è fatto impressionare replicando che quelle del capo del governo sono osservazioni di carattere politico e non istituzionale; quindi si è appellato alla Commissione di Venezia, il principale organo consultivo del Consiglio d’Europa in materia di diritto costituzionale. La strada per de-orbánizzare l’Ungheria è forse più in salita di quanto credesse lo stesso Magyar. L’uomo che ha promesso di servire e non dominare il suo Paese è pronto alla battaglia: lunedì ha promesso che farà di tutto per cacciare «i pupazzi di Orbán» anche se dovesse procedere a colpi di modifiche costituzionali non concordate con l’opposizione. L’Ue è già pronta a chiudere un occhio. O anche due.