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Belfast, delirio rosso: il Pd incolpa Instagram per gli scontri

La sinistra non capisce che le rivolte sono frutto dell’immigrazione illegale. E accusa gli algoritmi dei social: "Amplificano l’odio. Vanno controllati"
di Daniele Dell'Orco venerdì 12 giugno 2026

3' di lettura

I fini detective della sinistra, dopo aver analizzato a lungo le scene del crimine prodotte dalle violenze esplose a Belfast abbardati di pipa e pantofole, sono giunti ad una conclusione epocale. La colpa delle rivolte non è dell’insopportabile scontro etnico in corso, non è dell’immigrazione illegale, non è delle pratiche da guerra civile subsahariana che hanno portato Hadi Alodid, un rifugiato sudanese, quasi a decapitare un radiologo di 40 anni. No. È dell’algoritmo. Ed è pure elementare, Watson. Questa entità onnipotente, misteriosa, quasi metafisica, sarebbe capace di trasformare cittadini ordinari in folle inferocite, elettori in estremisti e discussioni pubbliche in minacce per la democrazia. Dopo il docente universitario Liam Kennedy, che ci ricorda che in valore assoluto in Irlanda «la maggior parte dei crimini con il coltello è commessa da connazionali» (e grazie, sono il 96 per cento della popolazione), i progressisti italiani hanno raccolto l’assist.

Mentre i grandi quotidiani e le testate online tracciano l’esistenza di fantomatici “squadroni di X” incolpando le formazioni di destra come il partito Restore Europe di cavalcare le rivolte tramite social, l’europarlamentare Pd Sandro Ruotolo denuncia: «In poche ore, immagini e ricostruzioni dell’accaduto hanno iniziato a circolare in modo massiccio, trasformando rapidamente un fatto di cronaca in un caso politico e identitario». Quindi, per lui, «gli algoritmi possono amplificare paura, rabbia e disinformazione fino a trasformarle in mobilitazione politica e sociale».

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Letta così, sembra quasi che Belfast sia stata incendiata da una riga di codice. La soluzione proposta da Ruotolo all’Unione europea è molto semplice: «Servono regole efficaci, controlli indipendenti e la piena applicazione delle norme europee sulla trasparenza algoritmica e sulla lotta alla disinformazione e ai discorsi d’odio». Tradotto: bisogna imbrigliare Elon Musk, almeno finché non diventa comunista. Al di là della miopia di considerare un fenomeno sociale complesso che produce tensioni da anni come il semplice frutto dell’azione di quattro scalmanati online, l’aspetto più interessante riguarda la sorprendente selettività morale dell’algoritmo. Nella narrazione di Ruotolo sembra quasi che esistano algoritmi buoni e algoritmi cattivi. Gli uni educano i cittadini, gli altri li corrompono. Gli uni

Una distinzione affascinante, peccato che coincida quasi sempre con le preferenze politiche di chi la formula. Quando la morte di George Floyd trasformò nel giro di poche ore un fatto di cronaca in una gigantesca mobilitazione identitaria globale, gli algoritmi stavano già facendo esattamente ciò che Ruotolo denuncia oggi a Belfast. Nessuno però, nel campo progressista, riteneva necessario convocare il tribunale dell’algoritmo. Quando il movimento MeToo costruiva processi mediatici globali in tempo reale attraverso hashtag, campagne virali e ondate di indignazione collettiva, l’amplificazione digitale veniva celebrata come una conquista civile. Quando le piazze pro-Pal si organizzavano attraverso TikTok, Instagram e X, trasformando ogni immagine proveniente da Gaza in miccia emotiva per fomentare scontri, assalti alla polizia, occupazioni universitarie, intimidazioni, aggressioni o slogan apertamente antisemiti, in quel caso gli sfruttatori dell’algoritmo erano crocerossini digitali impegnati a diffondere consapevolezza.

La conclusione di Ruotolo completa il quadro: «Difendere la democrazia oggi significa anche impedire che l’odio venga amplificato dagli algoritmi». Formule eleganti. Solenni. Rassicuranti. Manca soltanto il dettaglio decisivo: chi stabilisce cosa sia odio? Chi decide quali emozioni siano urlo sociale inascoltato dalla politica e quali invece derive tossiche? L’esperienza degli ultimi anni suggerisce una risposta piuttosto semplice: lo decide chi già detiene il monopolio culturale delle definizioni. Alla fine per questi signori Belfast non dovrà diventare altro che l’ennesimo capitolo di una storia trita: se la realtà contraddice le convinzioni degli abitanti di Babele, la colpa non è la realtà. È del codice che la governa. Basta riscriverlo e tutto si risolve. Ancora e ancora. Così facendo, nessuno dovrà mai chiedere conto alla politica dei problemi della vita reale. Questo sì che è un meccanismo perfetto. Più di qualsiasi algoritmo.

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