Non abbiamo ancora finito di indignarci per il trattamento mediatico riservato al caso Nowak, che dobbiamo voltare pagina e farci un’altra domanda. C’è qualcosa di più raccapricciante dell’episodio di Belfast? Diciamo che il racconto a caldo on-line fatto da una testata come il Corriere della Sera prova a competerci. «Belfast, scoppia la protesta anti-immigrati: veicoli in fiamme e strade bloccate dopo un accoltellamento attribuito a un rifugiato», è il titolo del post. Il focus non è il gesto in sé ma la «protesta». È quella la violenza che angoscia la redazione di via Solferino. La vittima è un irlandese bianco? No, gli immigrati. Contro di loro? Auto in fiamme e strade bloccate. Il motivo? Un puro fatto di cronaca nera. Un accoltellamento come se fossimo in presenza di una lite finita con tanto di arma bianca. Quasi un caso di omicidio preterintenzionale. Peccato che fosse il raccapricciante tentativo di sgozzare e decapitare nel modo più efferato e cruento possibile un irlandese. Infine la perla dell’ “attribuzione”. Il tentativo maldestro è quello di indurre il lettore a pensare che non vi fosse certezza circa l’esecuzione della tribale esecuzione. Come se fosse una fake news diffusa ad arte ed utile a far scoppiare una rivolta dei bianchi cattivi contro gli immigrati buoni. Giocano a memoria. Come il Milan di Sacchi col suo 4-4-2. Ma viviamo nell’epoca degli smartphone che trasformano gli utenti in cameraman. La terribile scena viene ripresa. Non serve una troupe. E poi siamo immersi nei social.
Non servono network planetari per rilanciare il racconto che con ogni probabilità sarebbe rimasto nascosto. Basta un post su X e tutti conoscono tutto. Del racconto del Corriere cosa rimane? L’indignazione degli utenti mentre in tutta fretta la testata inonda compulsivamente la sua timeline con tante altre notizie. Missione? Sommergere il racconto infelice con altro per far dimenticare il tutto. Storia italiana? No planetaria. Siamo o non siamo nel villaggio globale? Owen Jones dal basso del suo milione e oltre di follower si presenta come «socialista e antifascista». Millenium geriatrico che scrive in «vari posti». Pubblica le foto delle ribellioni in strada.
«Questo ci aspetta se vincerà Farage e se i media di Elon Musk otterranno ciò che vogliono». Twitta, presumo rimanendo serio, sul social network di Musk stesso. Un pacifista autentico direte voi. Che però il 29 maggio 2020 si vantava di aver fatto la sua donazione on-line al Minnesota Freedom Fund. La solita Ong costruita in tutta fretta con un core business ben preciso: raccogliere soldi per fare uscire di galera su cauzione i teppisti che avevano messo a ferro e fuoco Minneapolis dopo la morte di George Floyd. I disordini di sinistra sono reazioni legittime. Se scoppiano dopo che un sudanese ha cercato di sgozzare un bianco sono invece «incitamento all’odio».