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Trump rischia di aver vinto anche contro chi lo criticava

I benefici di Furia Epica, più che della diplomazia: la bomba atomica sterilizzata e la teocrazia isolata e meno canaglia
di Andrea Morigi sabato 13 giugno 2026

3' di lettura

Se domani - e si sottolinea se -, dopo una quarantina di annunci a vuoto, scoppiasse davvero la pace tra Stati Uniti e Iran, si renderebbe necessario un bilancio dei costi e dei benefici dell’operazione Furia Epica lanciata da Donald Trump.

Per tre mesi e mezzo i prezzi delle materie prime, su tutte il gas e il petrolio sono schizzati in alto. L’allarme dei mercati in subbuglio ha riflettuto l’instabilità geopolitica che, dal Medio Oriente, si è propagata in Europa e nel Mediterraneo, provocando effetti a catena fino all’Estremo Oriente, creando incertezza a un certo punto perfino sull’indipendenza di Taiwan, passando per l’Oceano Indiano, dove sono caduti i missili a lungo raggio lanciati dai pasdaran iraniani.

Ci siamo accorti solo allora, all’improvviso, che Parigi e Milano sono sotto il tiro della Repubblica Islamica di Teheran. E che, se gli ayatollah avessero già a disposizione anche solo tre o quattro testate nucleari pronte all’uso, potremmo condividere in un istante la sorte toccata nel 1945 alla popolazione di Hiroshima e Nagasaki.

Magari per ingenuità o inconsapevolezza o forse perché paralizzati dal terrore dell’escalation, l’unico spettro evocato dai politici, i governi occidentali si sono limitati a subire gli effetti della scossa partita da Washington e a tentare di pararne i colpi sull’economia. Spesso anche maledicendo le iniziative della Casa Bianca e insinuando che gli americani fossero rimasti impastoiati in un altro Vietnam, da dove avrebbero finito irresponsabilmente per trascinare nel baratro tutto il mondo.

Pur rimanendo spettatori alla firma dell’accordo finora prevista per domani a Ginevra, e spingendosi al massimo a dichiarare con Ursula von der Leyen che «accogliamo con favore i progressi compiuti grazie al costante impegno diplomatico», dopo la fase dell’immobilismo, è arrivato il tempo di chiedersi anche se sia valsa la pena di uno sforzo bellico così imponente.

È il momento della verità. Perché, bisogna riconoscerlo, senza bombardamenti, blocchi navali e sanzioni, oggi la situazione sarebbe immutata rispetto allo scorso febbraio e l’Occidente di cui fa parte Israele - sarebbe meno sicuro.

I risultati dell’intesa, sempre che vada in porto e perduri nel tempo, sono significativi: l’Iran che continuerà comunque a fronteggiarci sarà uno Stato meno canaglia di prima, con gli apparati militari e religiosi divisi fra loro e schierati gli uni contro gli altri, come hanno messo in luce i tira-e-molla che hanno ritardato e rischiato di far fallire i negoziati. Non è caduto il regime, ma gli Stati Uniti hanno dichiarato apertamente e autorevolmente con il loro segretario di Stato Marco Rubio che non si erano mai posti l’obiettivo di rovesciarlo. Se la popolazione iraniana ne avesse la possibilità caccerebbe i fondamentalisti, ma dopo 45mila vittime della repressione fra dicembre e gennaio, purtroppo le speranze di una transizione democratica si sono tragicamente ridotte.

Non per questo si poteva rinunciare a sterilizzare la minaccia di un’arma nucleare sciita. Se si sigillano i bunker dove le centrifughe non hanno mai smesso di arricchire l’uranio per costruire la bomba atomica, è un successo per tutti. Anche per la popolazione iraniana, che forse potrebbe finalmente vedere investire il denaro pubblico nella ricostruzione del Paese invece che nell’impresa suicida dell’esportazione della guerra santa in tutto il mondo. Anche perché, a partire dal mondo arabo e islamico, non solo sunnita, l’isolamento della teocrazia iraniana è ormai un risultato permanente. Ancora una volta, non esattamente come conseguenza degli Accordi di Abramo, il cui potenziale rimane intatto nonostante la battuta d’arresto dovuta all’ondata di odio contro Israele seguita alle stragi di Hamas, ma perché, attaccando con droni e razzi i propri vicini, Teheran ha contribuito alla propria fine ingloriosa. Il colpo di grazia, comunque, glielo ha dato il presidente degli Stati Uniti.

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