Che la guerra fra Russia e Ucraina, divampata con l’invasione putiniana del 2022, sia, per la Russia stessa, una tragedia umana (per l’enorme perdita di vite), un dissanguamento economico e un suicidio politico è ormai evidente. Ma ora è chiaro anche il suicidio spirituale e nazionale: lo dimostra l’attacco russo di ieri su Kiev che ha colpito la Cattedrale della Dormizione nel complesso monastico di Kiev-Pechersk Lavra, il celebre monastero delle Grotte di Kiev che ha mille anni ed è patrimonio mondiale dell’umanità per l’Unesco. Non si tratta solo di un simbolo spirituale dell’Ucraina, ma anche del popolo russo. Colpire quel luogo santo è suicida perché appartiene da secoli alla storia di tutta la Chiesa ortodossa. È forse il colpo di grazia alla sua unità. Infatti il conflitto relativo al Donbass ha lacerato la Chiesa ortodossa già prima dell’invasione del 2022, perché nel 2018, separandosi dal patriarcato moscovita, è nata la Chiesa ortodossa dell’ucraina (chiesa autocefala guidata dal Metropolita Epifanij, riconosciuta dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli).
Ma oggi ha prodotto una spaccatura pure con la Chiesa ortodossa ucraina, la chiesa storica guidata dal Metropolita Onufrij (autonoma, ma sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca) che, fino al 2022, era la confessione ortodossa più grande dell’Ucraina. Ieri, non a caso, l’attacco al complesso delle Grotte, è stato condannato sia dal Metropolita Epifanij (che lo ha definito un crimine «contro l’umanità, contro la storia e contro il cristianesimo»), sia da un alto rappresentante della Chiesa ortodossa ucraina, il metropolita Kliment: «Le ferite della Cattedrale della Dormizione rappresentano la tragedia del popolo ucraino ferito dalla guerra. La Chiesa ortodossa ucraina condanna fermamente l’aggressione militare russa contro l’Ucraina, che ha causato la morte di migliaia di persone e la distruzione di luoghi sacri. Dio non benedice le guerre».
Il Patriarca di Mosca, che ha sciaguratamente appoggiato l’invasione di Putin, si trova sempre più isolato. Del resto aveva già rotto la comunione con il Patriarcato di Costantinopoli proprio per la legittimazione che egli dette alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina. Ormai ha perso molti fedeli in Ucraina e sta trasformando la sua, sempre più, in una chiesa nazionale russa. Anzi nazionalista. È la conferma della tragica deriva dell’ortodossia evidente da secoli. Nel 1054 il primo scisma di Costantinopoli dalla Chiesa di Roma, dalla Cattedra di Pietro (che è garanzia di cattolicità e di indipendenza dai poteri terreni), accentuò il forte e improprio legame della Chiesa greca con l’imperatore bizantino e poi il successivo frazionamento in chiese nazionali che fatalmente – come accade nella guerra russo-ucraina – si trovano strumentalizzate dai poteri nazionali o schiacciate dentro lotte di potere mondano. Peraltro lo stesso fenomeno è accaduto anche con lo scisma protestante del XVI secolo che immediatamente produsse una serie di divisioni e contrapposizioni fra gli stessi protestanti e poi conflitti a non finire. Staccarsi da Roma, cioè dal tronco della cattolicità, significa frantumarsi sempre più, deviare dalla dottrina e confliggere: questo è ciò che insegnano gli scismi. La Chiesa ortodossa lo aveva già riconosciuto al Concilio di Firenze del 1439 quando da Costantinopoli vennero a cercare aiuto per l’incombente minaccia turca. Che poi travolse quell’antica civiltà cristiana.
Ora l’attacco alle Grotte di Kiev è solo l’ultimo episodio – dal grande valore simbolico - che dovrebbe far riflettere la Chiesa ortodossa russa sulla sua subalternità al Cremlino. In qualche modo toglie anche la maschera a Vladimir Putin che ha tentato di usare l’ortodossia russa come cemento della sua ideologia nazionalista che pretende di mettere (assurdamente) in continuità la Russia zarista con l’Unione Sovietica comunista. Con l’invasione dell’Ucraina la Russia si è di fatto consegnata alla Cina e potrebbe pagare salatamente questa subordinazione a Pechino. Infatti c’è chi ritiene – come lo storico Roberto de Mattei – che «se il presidente della Federazione russa rivendica l’Ucraina, Xi Jinping vuole riappropriarsi della Siberia, che fino al 1860 apparteneva, come parte della Manciuria, al Celeste Impero. Negli ultimi decenni la Siberia ha conosciuto, accanto al calo demografico russo, un’impressionante immigrazione cinese... La Russia è ormai sottomessa alla Cina, che si presenta come la più grande potenza comunista della storia, assai più forte e strutturata di quanto non fosse l’Unione Sovietica durante la Guerra fredda». Tanto Putin che l’Occidente rimpiangeranno di non aver seguito l’intuizione di Silvio Berlusconi che con il vertice di Pratica di Mare, nel 2002, intendeva ancorare definitivamente la Russia all’Occidente (addirittura alla Nato), consolidando la neonata democrazia ereditata da Eltsin e oggi abortita per la regressione putiniana verso la tirannia. Con la prospettiva berlusconiana la guerra russo-ucraina non sarebbe mai scoppiata.