Nell’ottobre del 1978, un vecchio di settantasei anni sedeva nel giardino di una villa a Neauphle-le-Château, quaranta chilometri da Parigi. Registrava discorsi su un magnetofono. Parlava lentamente, con una voce che non si alzava mai. Le cassette venivano imbucate in valigie, nascoste negli abiti, affidate a mercanti e pellegrini diretti in Iran. Arrivavano e venivano duplicate: al picco della rivoluzione, novantamila moschee le riproducevano simultaneamente. Ruhollah Khomeini era stato espulso dall’Iraq di Saddam (dove viveva in esilio) su pressione dello Shah e la Francia gli aveva offerto asilo. In nome della libertà di parola, quella stessa che l’anziano religioso avrebbe poi abolito in patria. Trascorse solo centoventi giorni a Neauphle-le-Château: il 1° febbraio 1979 tornò a Teheran su un Boeing Air France: lo aspettavano milioni di persone. Lo Shah era già fuggito. Costruì la Repubblica Islamica, la teocrazia più duratura del Novecento. Morì nel 1989, Guida Suprema, nel Paese che aveva trasformato.
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Nel 1994 una ragazza iraniana di venticinque anni arrivò a Parigi. Veniva da Teheran, dove era tornata dopo anni difficili a Vienna — senza casa, senza soldi, con un matrimonio fallito alle spalle. A Parigi studiò, conobbe artisti, cominciò a disegnare. Usava il bianco e il nero, segni netti, con un effetto quasi da xilografia. Raccontava la sua infanzia a Teheran: la rivoluzione vista da una bambina di dieci anni, i compagni di scuola mandati in guerra, le zie che si coprivano il volto, lo zio comunista fuci lato. Marjane Satrapi pubblicò Persepolis nel 2000. Il fumetto — lei insisteva a chiamarlo così, non graphic novel — fu tradotto in venticinque lingue. Il film animato vinse il Premio della Giuria a Cannes nel 2007. L'Iran lo fece ritirare dal Festival di Bangkok. Satrapi non tornò mai più in Patria. È morta a Parigi il 4 giugno di quest’anno, dicono di tristezza, per la morte del marito avvenuta un anno prima. Aveva cinquantasei anni.
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Khomeini a Parigi ideò una teocrazia. Satrapi a Parigi raccontò cosa quella teocrazia aveva fatto alle persone. Entrambi parlarono all’Iran da lontano, con strumenti poveri — una audiocassetta, una matita — che nessun apparato statale riuscì a fermare. La stessa città, lo stesso esilio, lo stesso Paese immaginato dall’esterno. Erano infatti entrambi troppo iraniani per vivere bene in Europa, ma anche entrambi pesci fuor d’acqua nel loro Paese d’origine (lei troppo occidentale per la Repubblica, lui troppo tradizionale per lo Stato Imperiale Pahlavi). La stessa vita, su due fronti opposti.