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Se la morte dei dittatori è un kolossal

Dalle piazze di Teheran al "Grande addio" di Stalin, le esequie dei tiranni sono sempre propaganda
di Marco Patricelli lunedì 6 luglio 2026

3' di lettura

Adorazione ed esecrazione come facce opposte del potere dittatoriale esplicitato nella magniloquenza scenografica del culto della morte. È però la continuità o meno del totalitarismo a fare la differenza. I funerali di Khamenei a Teheran, non casualmente programmati mesi dopo l’uccisione per sovrapporsi simbolicamente al 250° della nascita del “Grande Satana” americano, sono stati costruiti per diventare riprova ferrea della saldezza del regime teocratico iraniano, del supporto incondizionato della popolazione, del radicamento in tutti i gangli di quella società governata col terrore nel nome dell’Islam. Venti milioni di comparse, scene di isterismo collettivo nel copione, eccessi di fede con la disperazione urlata per la perdita della Guida Suprema che come martire è in Paradiso con 72 vergini che non lo hanno scelto, mentre sulla misera terra persiana la cantante Parastoo Ahmadi è stata condannata a 74 frustate perché si è esibita senza velo in un concerto. Accade nelle dittature.

LA MESSINSCENA
Quando Stalin il 5 marzo 1953 tolse il disturbo da questa vita avendone strappate decine di milioni all’ombra della bandiera comunista e delle sue paranoie, il regime che fino all’ultimo lo temeva come il diavolo lo celebrò come un santo quattro giorni dopo. Un’orgia di retorica e di finzione sublimata nel documentario “Il grande addio” che doveva innalzare agli altari dell’idolatria di tutti i popoli “il magnifico georgiano”. A Mosca, nella Piazza Rossa, andò in scena “il più grande spettacolo dopo il week end” lavorativo autoforzato di Stakhanov, con centinaia di migliaia di cittadini sovietici fatti confluire nella capitale in favor di telecamere per rendere omaggio alla salma. Nel caos ingestibile un centinaio di persone ci rimisero la vita, ma probabilmente manca uno zero alla cifra effettiva, perché da quelle parti la parola verità non fa mai rima con realtà.

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L’Iran degli ayatollah ha proposto per Khamenei senior il sequel del film già andato in mondovisione con Khomeini nel 1989, rimpianto solo in Iran e probabilmente neanche tutto. Il virus islamico percorse quella parte del mondo con una gara tra Stati a chi proclamava più giorni di lutto nazionale e a chi riusciva a raggiungere Teheran per il funerale: si favoleggia di 10 milioni su una popolazione di 60. La tragedia-kolossal sceneggiata dal regime divenne farsa con le traversie del cadavere avvolto nel sudario caduto dalla bara per le ondate di persone eccitate. Le esequie si dovettero ripetere, ma il record di funerali per una sola persona rimase nelle mani del principe della risata Totò, che nel 1967 ne ebbe ben tre. Quello che accadde nella Corea del Nord per la morte del leader supremo Kim Jong-il è finora nel Guinness delle finzioni e delle esagerazioni, a un livello tale da non aver neppur un briciolo di credibilità, e nonostante il clima funereo e macabro elaborato da un comitato di oltre 230 persone, suscitò inarrestabili ilarità. Il 28 dicembre 2011 mancavano solo i suicidi di massa in segno di solidarietà, nella panna montata della disperazione di cinque milioni di nordcoreani (un quinto dell’intera popolazione) come neanche sbucciando cinque chili di cipolle. Poi arriveranno anche le veline del regime, ereditato dal figlio Kim-Jong-un, che gli attribuiranno eventi miracolosi.

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MUSSOLINI E HITLER
Non hanno avuto bagni di folla né Benito Mussolini Adolf Hitler, mentre li ha avuti nel 1975 lo spagnolo Francisco Franco, per la morbida transizione/restaurazione della monarchia borbonica con Juan Carlos. Al Duce il destino riservò il bagno catartico di piazzale Loreto, con lo scempio del cadavere poi appeso a testa in giù dalla trave del distributore di benzina. Quando lo seppe nel bunker di Berlino assediata dai sovietici, il Führer disse esplicitamente che lui non avrebbe fatto la stessa fine: si sparò mentre spezzava con i denti una fiala di cianuro, passando così dai fuochi scenografici dei raduni nazisti di Norimberga, con la regia di Goebbels e le cattedrali di luci di Riefenstahl, al rogo del suo corpo e di quello della moglie Eva Braun nel giardino della cancelleria. Qualche pezzo del cadavere finirà allo Smerš di Mosca da dove Stalin farà alimentare strumentalmente la leggenda che il suo nemico fosse ancora vivo, da qualche parte in Sud America, pronto a tornare con la complicità degli Usa. Quanto ai resti di Mussolini, dopo romanzesche vicissitudini saranno tumulati nella tomba di famiglia a Predappio nel 1957.

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