Quando Donald Trump ha firmato il memorandum che potrebbe portare alla pace con l’Iran ci ha tenuto a precisare che non era stato facile. Si sbaglia: ci sono voluti 100 giorni, ma il difficile comincia adesso. Quel foglio non è un trattato, è un percorso di 60 giorni. Chi già grida alla disfatta americana, sappia che la battaglia comincia adesso. Le due promesse che Trump ha fatto agli elettori - niente guerre infinite, zero militari sul terreno - sono state mantenute ma, nel contempo, restano una minaccia per l’Iran. Hormuz non è una novità dell’arsenale iraniano: dovette occuparsene Reagan nel 1987, gli ayatollah non sono nuovi nell’uso delle mine e nel 2019 sequestrarono una petroliera britannica per ripicca contro le sanzioni di Londra.
L’accordo quadro, a volerlo leggere, è preciso sui tempi: il blocco navale viene rimosso, ma le forze Usa lasceranno le acque iraniane 30 giorni dopo l’accordo finale. Durante le trattative la flotta rimarrà nel Golfo. La leva americana è ancora sul tavolo e Trump ha dimostrato fin dal suo primo mandato, quando eliminò Soleimani, di non aver problemi ad usarla. Poi c’è la questione dei denari. I 300 miliardi non sono un assegno: sono un fondo di ricostruzione che gli americani devono raccogliere coi partner del Golfo. E i fondi congelati si sbloccano a patto che Teheran rispetti gli obblighi che ha sottoscritto. Nessun anticipo.
Inoltre, una teocrazia vive di assedio: finché c’è il nemico fuori dalle mura, la miseria diventa sacrificio e il malcontento tradimento. Quando si aprono le porte al mercato, e l’arretratezza non è più colpa del Grande Satana ma di chi comanda. Teheran lo sa già: l’ultima volta che ha sparato ai suoi cittadini è stato il gennaio scorso. I soldi non sono un cedimento o un abbaglio da tycoon: sono la scommessa che, coinvolgendo più attori regionali e sorvegliando la destinazione dei bonifici, il bazar valga più dei generali. Detto, fatto: secondo il Financial Times, Washington è pronta a sbloccare 6 miliardi di dollari di asset congelati a patto che l’Iran acquisti beni umanitari, quindi non soggetti a sanzioni, Made in Usa. Resta da capire la ragione di questa guerra, che non era di conquista o di difesa, ma preventiva. Quattro mesi fa l’Iran era a un passo dall’atomica, urlava “morte all’America”, assicurava ai suoi che non ci sarebbero più state basi Usa nella regione e l’annientamento di Israele, aveva i ribelli Houthi a libro paga pronti a strozzare Bab el-Mandeb e minacciare il commercio globale.
Trump ha ucciso Khamenei, ha devastato la base industriale militare del regime, ha fatto regredire di mesi la corsa all’atomica. Restano da eliminare i 440 kg di uranio al 60%, ma una guerra preventiva si misura da quanto evita. Trump non ha aspettato che i mullah agissero per giustificare l’azione. E ora la minaccia nucleare sta in un negoziato, non più sospesa sopra Gerusalemme. Diceva Orson Welles che il lieto fine dipende da dove s’interrompe una storia. Gli Usa arrivano al negoziato nella posizione più forte: fino all’anno scorso l’Iran assemblava droni in Venezuela, la Russia è impantanata in Ucraina, la Cina rallenta. Teheran è sola. Il memorandum tace su missili e proxy, e il regime può incassare denaro e respiro per sopravvivergli e ripartire sotto un altro Obama. La vittoria di Trump non sarà la firma di oggi, ma far durare il lieto fine oltre la sua presidenza.