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La sinistra danese è quasi di destra

La presidente Frederiksen ha formulato le norme sugli hub in territori extra-Ue e ha chiesto la riunione d’emergenza dopo il caos di Ceuta. Intanto, parte il nuovo servizio di leva: 11 mesi obbligatori per uomini e donne
di Daniele Dell'Orco martedì 4 agosto 2026

3' di lettura

Tra la minaccia russa e le pressioni geopolitiche atlantiche, Copenaghen riarma la propria gioventù. Circa 1.600 reclute militari hanno inaugurato ieri il nuovo servizio di leva prolungato della Danimarca, un percorso formativo che estende la ferma da quattro a undici mesi complessivi. Già nel 2024 il governo danese aveva preannunciato l’intenzione di estendere la coscrizione anche alle donne, affiancando a questa svolta l’innalzamento del periodo di servizio. L’obiettivo è chiarissimo: portare progressivamente il numero dei coscritti da 5.000 a 7.500 unità all’anno entro il 2033.

Questo nuovo scaglione rientra negli sforzi di preparazione per la dislocazione delle truppe che vedrà, in un’altra novità per il Paese, l’invio di reclute in Groenlandia già alla fine del mese. Una compagnia composta da oltre cento soldati presterà servizio per tutto settembre, subentrando nei compiti operativi e di pattugliamento alle truppe di professione.

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IN GROENLANDIA
Si tratta di un dispiegamento che assume un peso politico di rilievo. Il presidente Usa Donald Trump ha manifestato a più riprese la volontà di annettere il territorio semi-autonomo danese, adducendo esigenze di sicurezza nazionale; una pretesa che è stata categoricamente respinta tanto dal governo di Nuuk quanto da quello di Copenaghen. Non è un caso che la prima ministra danese Mette Frederiksen, al vertice Nato del mese scorso ad Ankara, abbia ribadito con forza che la sua nazione è pronta a difendere ogni centimetro di territorio dell’alleanza Atlantica, «incluso il nostro».

Ovviamente, nel ripensamento del settore militare da parte delle autorità danesi, recita un ruolo primario la minaccia di un potenziale attacco della Russia all’Europa. Proprio nelle acque della zona economica esclusiva danese, vicine all’isola di Bornholm, si consumò nel 2022 il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream ad opera di un commando ucraino. Inoltre, nel settembre 2025, Copenaghen ha vissuto momenti di forte tensione con la chiusura temporanea del proprio scalo aereo per l’avvistamento di droni, in quello che fu un attacco ibrido di sospetta matrice russa. Il Regno danese, insomma, la guerra la teme eccome.

I dati confermano questa tendenza: la spesa militare della Danimarca è aumentata del 46% nel 2025, raggiungendo 14,9 miliardi di dollari, il 3,3% del prodotto interno lordo (contro l’1,2% del 2016). Nel decennio 2016-2025 la spesa militare danese è cresciuta del 238% in termini reali, segnando uno degli incrementi più marcati tra i Paesi europei presenti nella classifica dei 40 maggiori investitori nella Difesa. Sul piano operativo le reclute affronteranno da ora in avanti cinque mesi di addestramento di base più sei mesi di servizio operativo. Le forze armate della Corona stanno inoltre introducendo percorsi di leva inediti, tra cui un plotone di droni presso il Comando Operazioni Speciali. Il programma del Paese nordico funziona storicamente con un sistema a sorteggio per tutti i giovani adulti idonei che compiono 18 anni, ma per molti anni è stato composto da volontari, con la lotteria utilizzata solo per coprire le quote rimanenti. Anche i vicini scandinavi Svezia, Finlandia e Norvegia adottano un servizio militare basato sulla leva obbligatoria, così come i Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania).

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L’APPROCCIO POLITICO
Della Danimarca continua a colpire però soprattutto un approccio politico-ideologico a cui davvero non siamo abituati. Frederiksen è la leader del partito socialdemocratico e componente del gruppo dei socialisti europei, eppure quando si parla di dossier di pubblica sicurezza sembra un premier sovranista. Basti pensare all’asse costituito col governo Meloni sul contrasto all’immigrazione: prima per invitare alla reinterpretazione delle norme della Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo, poi per formulare norme sugli hub in territori extra-Ue, e ora per chiedere una riunione d’emergenza dei ministri dell'Interno dopo il caos di Ceuta.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ha accettato di fare oggi il punto sulla crisi accogliendo una lettera urgente, firmata da 22 Paesi europei ma con Italia e Danimarca capofila. Anche per via dell’azione congiunta del dinamico duo Meloni-Frederiksen, tutti ormai, Von der Leyen compresa, sostengono la necessità di contrastare l’immigrazione illegale grazie a una risposta europea unita e di rafforzare il controllo delle frontiere. Meglio non far sapere alle sinistre, a partire da quella italiana, che se citassero meno Pedro Sanchez e più Mette Frederiksen come modello «da cui ripartire», forse qualche elezione la vincerebbero.

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