"L'Oman non si è comportato molto bene, ma lo gestiremo molto facilmente, come abbiamo fatto con altri Stati". Lo ha detto Donald Trump, parlando con i giornalisti nello Studio Ovale dopo aver minacciato di bombardare lo stato arabo se "si metterà in mezzo su Hormuz". E' solo l'ultimo fronte in un Medio Oriente sempre in fiamme che nelle ultime ore sta registrando una nuova escalation su Gaza.
Ventiquattro ore dopo i colloqui con i leader di Hamas in Egitto, l'inviato Usa Jared Kushner, genero di Trump, e i rappresentanti del Board of Peace hanno incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme per discutere del Piano per Gaza. Proprio nel giorno delle primarie del Likud, il partito del primo ministro. Data scelta dagli americani incidentalmente o forse non proprio per caso. Trump ha affidato il suo avvertimento per Bibi a un'intervista a Fox News: "Sarebbe meglio se gli israeliani non attaccassero Gaza", ha detto, assicurando che "Hamas ha accettato di deporre le armi". Questa la linea rossa della Casa Bianca, che vuole escludere dall'iter di pace gli omicidi mirati nell'enclave.
Un'indicazione di fatto già accettata da Netanyahu a inizio mese, come dimostra la drastica diminuzione degli ultimi giorni dei raid dell'Idf. Circostanza più volte bocciata dal ministro di ultradestra Itamar Ben Gvir che, parlando in un podcast nei giorni scorsi, ha lanciato l'ennesima provocazione (anche in favore di voto): "Penso che a Gaza debbano essere effettuate uccisioni mirate, eliminando 30 o 40 ogni notte. Non soltanto coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone lì che non meritano di vivere. Non sono nemmeno persone", ha dichiarato.
Alla lunga riunione di lunedì hanno preso parte per il Board il direttore esecutivo Nickolay Mladenov e l'ex premier britannico Tony Blair, consigliere dell'organismo, per la parte israeliana il capo dello Shin Bet David Zini e il direttore dell'intelligence militare Shlomi Binder. Per gli Usa l'ambasciatore Mike Huckabee. Secondo una fonte politica di Channel 12 'molto ben informata' sull'incontro, le parti hanno concordato che non verrà effettuata alcuna ricostruzione a Gaza senza il completo disarmo di Hamas, che deve consegnare tutte le armi - leggere e pesanti - affinché vengano distrutte alla Forza internazionale di stabilizzazione (Isf), guidata dal generale Usa Jasper Jeffers (il contingente multinazionale di peacekeeping pianificato per la Striscia con base nel sud di Israele). Secondo una fonte del Board of Peace che ha parlato con Ynet, "c'è accordo sulla completa smilitarizzazione di Gaza e solo successivamente sul ritiro israeliano". Ossia, diversamente da come chiede Hamas. L'inviato Usa Kushner durante l'incontro avrebbe ripetuto la frase: "Non c'è nulla da ricostruire prima che la Striscia sia smilitarizzata". Una fonte del Consiglio ha detto a Channel 12 che "non ci sono grandi divergenze con Israele: nessuno di noi ha fiducia in Hamas. Se vedremo che la milizia comincerà a consegnare le armi, allora sarà un primo segnale che qualcosa di concreto sta accadendo".
Kushner avrebbe sostenuto la posizione di Netanyahu rispetto alla libertà di azione sugli omicidi mirati "quando si presenta una minaccia", ma gli Usa chiedono di definire meglio il concetto di "minaccia", che deve essere "imminente". Le parti hanno anche parlato della possibilità di istituire un meccanismo con una presenza militare Usa che verifichi e autorizzi gli attacchi israeliani. Da parte sua, in una nota, il premier israeliano ha affermato che "è stato concordato di istituire due gruppi di lavoro: uno sulla smilitarizzazione di Gaza, da completare rapidamente prima di qualsiasi ricostruzione a Gaza; e un secondo gruppo che si concentrerà sui servizi igienico-sanitari dell'enclave". Israele non crede che Hamas deporrà le armi, mentre gli americani sostengono di credere che ciò possa accadere.