In Spagna la «remigrazione» si chiama «reconquista» e se diamo un’occhiata alla mappa dell’Instituto Nacional de Estadistica spagnolo che pubblichiamo su questa pagina, ne capiamo anche il motivo. Non esiste Paese in Europa che abbia subito maggiori trasformazioni in termini demografici della Spagna, non esiste Paese che sia cresciuto più in fretta in termini di popolazione, non esiste Paese che abbia regalato così tanta preziosa cittadinanza europea come fosse merce di poco conto, in svendita. Nel 1996 la Spagna non arrivava ai 40 milioni di abitanti con una preoccupante tendenza al ribasso.
Le Nazioni Unite prevedevano un crollo demografico fino a 28 milioni di abitanti entro il 2050, ma anziché puntare sulla natalità interna e sugli aiuti alle famiglie, Madrid scelse un’altra strada, quella più spiccia, sposando l’idea divenuta popolare nei decenni successivi nel resto d’Europa secondo cui gli immigrati avrebbero dovuto pagare le pensioni alle generazioni a venire.
IL CONFRONTO
Oggi la Spagna conta 49.442.844 abitanti, 10 milioni in più e il massimo storico mai registrato. L’Italia nel 1996 contava 57 milioni di abitanti, oggi solo un milione in più. Che cosa è successo dunque? La previsione dell’Onu in realtà non era campata per aria, anzi sui nuovi nati non ha fatto alcun errore ma non ha tenuto conto delle politiche di Madrid che hanno agevolato una vera e propria invasione. Nel 1996 la quota di popolazione nata in Spagna era del 97,31%, nel 2026 è del 79,33%. In trent’anni 18 punti in meno. La popolazione nata all’estero è passata dal 2,69% al 20,67%. In termini di numeri assoluti 30 anni fa i residenti nati all’estero erano 542.314, l’1,4% della popolazione. Al primo ottobre 2025, ultimo dato provvisorio INE, che non tiene conto dell’ultima ondata di regolarizzazioni, sono 9.825.266.
L’aumento di 9,2 milioni spiega da solo il boom demografico spagnolo e l’enorme flusso dall’estero non è stato dettato da millenarie leggi migratorie naturali ineluttabili, come ama dire la sinistra, ma è il risultato di politiche precise messe in atto in particolare dai governi socialisti. L’esito di una stratificazione normativa che ha trasformato lo strumento di sanatoria eccezionale in meccanismo ordinario che nasconde fini ideologici e perfino elettorali. La svolta si ebbe con l’arrivo alla Moncloa di Zapatero quando nel 2005 con un Real Decreto ha aperto la prima grande regolarizzazione straordinaria legata al contratto di lavoro per un totale di 600mila immigrati accettati, la più ingente mai realizzata in Spagna. Pochi anni dopo, la Ley Orgánica e un altro Regolamento hanno introdotto e codificato l’arraigo social, laboral y familiar, attraverso il quale dopo tre anni di permanenza continuativa, anche irregolare, è possibile ottenere un permesso di soggiorno per motivi di radicamento (questo significa arraigo). «Viva Zapatero», dicono ancora gli immigrati marocchini che rappresentano la terza comunità straniera più numerosa, dopo quella colombiana e venezuelana, e che di gran lunga beneficia degli aiuti sociali ed economici più cospicui.
Dopo la pausa Rajoy, durante il quale il flusso rallenta per via della crisi economica, arriva Sánchez e la Gran Via degli immigrati diventa un’autostrada. Nel 2021 un altro decreto reale rende più semplice l’ottenimento della residenza per i minori stranieri non accompagnati, nel 2022 l’arraigo laboral scende da tre a due anni e nasce nel contempo l’arraigo por formación che consente un permesso di dodici mesi per formarsi e poi lavorare. Nel 2024 le maglie dell’arraigo vengono ulteriormente allargate mentre l’anno successivo il Consiglio dei Ministri approva la nuova regolarizzazione straordinaria che concede la cittadinanza a chi dimostra la residenza irregolare entro il 31 dicembre 2024. Il governo stima 750.000 domande e 500.000 beneficiari, ma finora ne sono arrivate 900.000, cui si aggiungeranno i ricongiungimenti familiari.
LE REGIONI
Nel 1996 la Spagna era un blocco di granito: 97,31% di popolazione nata in Spagna. Ora non più. Le Isole Baleari sono passate dal 93,9% al 70,3% del 2026, la Catalogna dal 97,2% a 73,5%, la Comunità Valenciana dal 96,2% a 73,8%, Madrid dal 96,4% a 73,9%, le Canarie dal 95,3% a 75,7% e Murcia dal 97,9% al 78,3%. Tiene ancora la Spagna interna e occidentale: l’Estremadura è al 93,1%, unica regione ancora sopra il 90%, contro il 98,9% del 1996; la Galizia ora al 86,3% contro il 96,8%; le Asturie sono passate dal 98% all’ 86,8%; Castiglia e Leon dal 98,5% all’ 86,6% e l’Andalusia è ora al 85,8% contro il 97,6% del 1996. Tutte regioni, quest’ultime, un tempo feudi socialisti, dove non a caso nelle ultime elezioni il Psoe ha ottenuto batoste storiche mentre i partiti di destra sono in crescita costante, in particolare Vox che parla apertamente di remigrazione e reconquista. Estremadura, Andalusia e Castiglia e Leon non vogliono fare la fine della Catalogna.