Donald Trump ha voluto accogliere Xi Jinping di persona sulla pista della base aerea di Andrews, dove un presidente americano non andava incontro a un ospite dal 1962, quando John Kennedy vi aspettò il primo ministro britannico Harold Macmillan. A maggio, a Pechino, Xi aveva lasciato che Trump scendesse dall’aereo senza dargli il braccio. Oggi alla Casa Bianca il presidente cinese avrà le salve di cannone e la cena di Stato, onori e scenografia pretese dalla sua diplomazia per allietare i dossier sul tavolo: Taiwan, la guerra con l’Iran e gli americani detenuti in Cina, ma soprattutto dazi, intelligenza artificiale e nucleare. Quattro mesi fa, nella Grande Sala del Popolo, Xi aveva invitato Trump a non cadere nella “trappola di Tucidide”, espressione con cui Graham Allison, politologo di Harvard, ha trasformato in legge il giudizio dello storico ateniese sulla guerra del Peloponneso, che Sparta combatté perché temeva l’ascesa di Atene. Allison ha contato sedici casi negli ultimi cinque secoli in cui una potenza emergente ha sfidato quella dominante: dodici sono finiti in guerra. Per evitarla, sostiene il politologo, deve cambiare soprattutto chi comanda. Citata da Xi, la teoria assegna all’America il dovere di fare spazio e, se non lo farà, la colpa dello scontro.
“LA PROVINCIA RIBELLE”
Nello stesso incontro Xi avvertì che Taiwan, se gestita male, porterebbe a «scontri e persino conflitti». Trump, che a dicembre aveva approvato la più grande vendita di armi mai destinata all’isola, ne tiene ferma un’altra da 14 miliardi di dollari e dopo il vertice la definì una «carta negoziale». Il presidente americano vuole soprattutto che Xi prema sull’Iran, di cui la Cina è il primo compratore di petrolio. Wu Xinbo, consulente del ministero degli Esteri cinese, ha spiegato la regola dello scambio: Pechino verrà incontro alle richieste americane se Washington terrà conto delle preoccupazioni cinesi sulla “provincia ribelle”. Lo scambio comincia dal commercio. La tregua sui dazi concordata un anno fa a Busan, in Corea del Sud, scade il 10 novembre e i negoziatori di Trump offrono una proroga fra tre e sei mesi. Jamieson Greer, il rappresentante americano per il Commercio, ha promesso annunci sull’agricoltura, e gli agricoltori votano il 3 novembre alle elezioni di metà mandato. L’accordo di Busan è figlio dell’aprile del 2025, quando Trump portò i dazi sulle merci cinesi al 145%, Pechino rispose rallentando l’esportazione di terre rare (i metalli di magneti e missili), e la Casa Bianca decise di congelare i nuovi divieti sulla vendita di chip alla Cina. Anche Xi, però, ha bisogno di vendere. Secondo il South China Morning Post, nella sua delegazione viaggiano i capi del colosso delle batterie Catl e di Byd. In patria la produzione industriale cinese cresce del 5,2% e le vendite al dettaglio dello 0,4%, e ciò che i cinesi non comprano deve trovare clienti all’estero (guardare a Bruxelles per imparare come non gestire il surplus cinese).
Sull’intelligenza artificiale le due potenze si giocano il rango di superpotenza, e nessuna delle due intende rallentare. Trump ha definito «una bufala» gli allarmi sui rischi della tecnologia, Xi la considera la chiave dello sviluppo cinese. Il Dragone tiene il passo nonostante i divieti sui chip, perché i suoi ingegneri, dopo essersi fatti le ossa copiando i modelli americani, scrivono algoritmi sempre più efficienti. I negoziatori di Usa e Cina hanno concordato un canale per segnalarsi gli incidenti dell’IA che minacciano la sicurezza nazionale, ma nessuno dei due governi potrà verificare che cosa fa l’altro, non foss’altro che un satellite fotografa i silos dei missili e un modello di intelligenza artificiale sta in una chiavetta. Solo quattro furono i casi in cui l’umanità non cadde nella trappola di Tucidide e, fra questi, c’è la Guerra fredda. Due studiosi di politica nucleare hanno ricordato su Foreign Affairs che la crisi dei missili di Cuba, nel 1962, si chiuse anche per buona sorte, quando Kennedy e Krusciov si accorsero di non controllare più gli eventi. Da quello spavento nacquero la linea diretta fra Casa Bianca e Cremlino e i trattati sulle testate, risorse che fra Washington e Pechino non esistono.
ATOMICHE
Trump dice di avere discusso di disarmo con Xi già a maggio, ma la Cina rifiuta di trattare con americani e russi. Xi ripete da anni che le armi atomiche andrebbero proibite e distrutte, e ieri il Telegraph ha pubblicato le immagini satellitari di sette siti in cui la Cina le fabbrica e le collauda. Secondo il Sipri, l’istituto svedese che censisce gli arsenali, sotto Xi le testate cinesi sono più che raddoppiate, fino a 620. Il ministero degli Esteri cinese ha risposto al quotidiano britannico che la Cina «non è impegnata in una corsa agli armamenti nucleari». A Mianyang, nel Sichuan, su terreni dove fino al 2018 c’erano villaggi e fattorie, è quasi finito il centro in cui gli scienziati useranno laser potentissimi per ricreare le condizioni di un’esplosione atomica senza farne esplodere una. Washington e Pechino combattono una seconda Guerra fredda che va dal sottosuolo allo spazio, dai tunnel in cui la Cina collauda le testate ai satelliti in orbita. Kennedy e Krusciov ebbero tredici giorni per capire che gli eventi sfuggivano loro di mano, e ora che l’intelligenza artificiale entra negli arsenali Trump e Xi potrebbero non averne nemmeno uno.