Sembra più realistico pensare alla jihad e non alla versione di FlyDubai che riferisce di un «alterco nella cabina di pilotaggio», quando un pilota omanita tenta di far precipitare un volo di linea con passeggeri israeliani a bordo. Perché, se uno controlla il calendario, si accorge che fra meno di una settimana ricorre il terzo anniversario del 7 ottobre e abbiamo appena commemorato la tragedia di venticinque anni fa, quando l’11 settmbre i kamikaze di Al Qaeda distrussero le Torri Gemelle di New York City lanciandovisi contro con due aerei e con la stessa modalità tentarono di piombare sul Pentagono. Non si contano gli attentati sventati, con esplosivo nascosto nei tacchi delle scarpe o altre modalità, che ancora oggi obbligano anche i più innocui turisti a estenuanti controlli di sicurezza e ripetuti passaggi al metal detector per evitare il rischio di essere disintegrati da una bomba.
Evidentemente il pericolo c’è. Si è già concretizzato in aeroporto, ma anche in stazioni ferroviarie o in metropolitana, nei mercatini di Natale, su un lungomare affollato, negli stadi o nelle sale da ballo, come insegnano gli eventi tragici di Madrid nel 2004, di Parigi nel 2015, di Berlino e di Nizza nel 2016, di Strasburgo nel 2018 e di Magdeburgo nel 2024. Senza dimenticare l’automobile con la quale Salim el Koudri ha falciato i passanti a Modena il 16 maggio scorso.
DIRETTI DA TEHERAN
Invece di aggiungere altri nomi alle liste delle vittime e poi trovarsi a riempire le piazze di fiori, bigliettini e candele, la prima reazione è lanciare un allarme. Che potrebbe diventare puro allarmismo, se non vi fossero gli elementi per sostenere che Israele, l’America, l’Occidente intero, che comprende Israele, sono nel mirino. Servono fatti e non semplici sospetti, insomma. Altrimenti scattano le accuse di islamofobia e gli autori dei massacri vengono catalogati fra i malati di mente per assolvere le loro comunità d’origine da ogni responsabilità nell’assassinio.
Le indagini sull’incidente sulla rotta fra gli Emirati e Israele potrebbero imbattersi in un “lupo solitario”, senza legami stabili con gruppi, magari autoaddestrato, oppure individuare una cellula con un obiettivo da colpire. E in quel caso occorrerebbe ipotizzare l’esistenza di un network, cioè un’organizzazione diffusa, con una strategia e strutture di radicalizzazione, reclutamento e preparazione alla guerra santa.
Sconfitta l’Isis, che diffondeva l’odio verso gli “infedeli” attraverso il web e forniva istruzioni pratiche per costruire ordigni e realizzare attacchi, il grido di battaglia dei sunniti sembrava sopito. Invece aveva soltanto cambiato voce e salmodia. Ora parla in persiano ed è sciita. Il suo centro è Teheran. Partono dalla capitale iraniana non solo i proclami di morte che i pasdaran diramano in tutto il mondo, ma anche le azioni armate dei loro cosiddetti proxy, Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah in Libano, le milizie irachene come Asa’ib Ahl al Haq e gli Huthi nello Yemen.
L’esportazione della rivoluzione iniziata nella Repubblica islamica è un comandamento ripetuto instancabilmente per quasi cinquant’anni dagli ayatollah Ruhollah Khomeini e Alì Khamenei e ora il testimone è passato alla nuova Guida Suprema, Mokhtaba Khamenei. Nell’ultimo mezzo secolo la spada di Maometto si è evoluta in droni e missili balistici intercontinentali, con l’aiuto della tecnologia comunista cinese. E si sarebbe già trasformata in un’arma nucleare, se non fosse stata fermata dalle operazioni militari di Israele e degli Stati Uniti. Ma gli Shahed, i velivoli senza pilota, sono già stati trasferiti alla Russia e stanno martellando l’Ucraina, alla frontiera della Polonia, in Europa.
IL NETWORK SCIITA
Si aggiunge la presenza attiva di un esercito di potenziali martiri suicidi che nel 2018 la Germania calcolava in oltre 1.000 membri di Hezbollah sul territorio tedesco, ma che estende il proprio raggio d’azione fino al Perù, dove ha progettato attacchi contro obiettivi ebraici. E ovviamente opera negli Stati Uniti, come provano numerose inchieste giudiziarie. Ieri il premier britannico Andy Burnham ha svelato che «ci sono forti indicazioni che l’Iran abbia avuto un ruolo» nel progetto di far saltare in aria la base della Royal Air Force a Fairford, nel Regno Unito. Londra sta lavorando a stretto contatto con gli Stati Uniti in un’indagine che definisce «ancora in corso», perché «complessa e seria». Non è solo un conflitto ibrido o limitato geograficamente, ma «una minaccia senza confini, che richiede massima vigilanza e determinazione in tutto il mondo», osserva l’ambasciatore israeliano in Italia, John Peled. È già arrivata alla porta di casa e farla sfondare non è un’opzione.