Da tre anni, le piazze europee che si riempiono contro Israele, i professori illuminati e i giornalisti assisi sul soglio della parte giusta della storia giurano di avercela con un uomo solo. Si chiama Benjamin Netanyahu, governa da quasi vent’anni e potrebbe aver perso le elezioni, il che metterebbe i cortei in un certo imbarazzo. Il suo sfidante, Gadi Eisenkot, è un ex capo di Stato maggiore di 66 anni che a Gaza ha perso un figlio e due nipoti. Ha così poco carisma che alcuni suoi elettori lo considerano un pregio (dopo Bibi, un uomo noioso è una vacanza). Da comandante del fronte nord, nel 2008, spiegò che un villaggio libanese da cui Hezbollah tira razzi non è più un villaggio ma una base militare, e che l’esercito l’avrebbe trattato come tale. È la dottrina Dahiya, dal nome del quartiere di Beirut dove Hezbollah teneva il comando, e chi ora si aspetta un pacifista con le stellette farebbe bene a ripassarla.
Con Bibi il generale litiga sulla tattica, mai sulla strategia, che dal 7 ottobre 2023 mette d’accordo quasi tutti i partiti israeliani. Hamas non deve più governare Gaza, Hezbollah deve smettere di minacciare la Galilea, l’Iran non deve arrivare all’atomica, l’esercito deve presidiare zone di sicurezza in Libano e Siria, e quasi nessuno vuole più uno Stato palestinese. Eisenkot rimprovera al premier di aver rifiutato una tregua che avrebbe riportato a casa prima gli ostaggi e di aver lasciato Hamas al potere dopo tre anni di guerra – lui si impegna a cacciarlo in 18 mesi, la stessa promessa che Netanyahu fece nel 2009, quando stava all’opposizione.
Sull’Iran gli basterebbe portare via agli ayatollah l’uranio arricchito, Bibi vuole abbatterli. E quando il Likud gli dà del tenero con Hamas, il generale ribatte di aver votato per un’invasione di Gaza più dura di quella ordinata dal primo ministro.
LE DUE DATE
Su questo gli israeliani, compresi quelli che detestano Bibi, non transigono, e chi in Europa confonde la sopravvivenza di quel Paese con il fanatismo dimentica due date. Il 7 ottobre Hamas ha ammazzato 1.200 persone e ne ha rapite 251, bambini compresi, il più grande massacro di ebrei dalla Shoah. E nel 2000, a Camp David, un altro generale laburista, Ehud Barak, offrì ai palestinesi uno Stato. Arafat disse di no e due mesi dopo cominciò la seconda intifada.
Resta la Cisgiordania. Eisenkot chiama “terrorismo ebraico” le spedizioni dei coloni più violenti e vorrebbe frenare gli insediamenti più estremi, mentre il premier minimizza per non irritare gli alleati più oltranzisti. Questo, insieme con la fortuna di non chiamarsi Netanyahu, gli varrebbero un periodo di grazia, qualche mese di inviti a Bruxelles e di pacche sulle spalle dai democratici americani. Poi il generale dovrebbe rendere conto alla sua coalizione, appesa a due partiti di destra pronti a farlo cadere al primo accenno di Stato palestinese, e il mondo tornerebbe a trattare Israele come lo tratta oggi.
Prima, però, gli israeliani devono sapere chi ha vinto. Amit Segal, notista politico di Channel 12, ha ricordato che nel 1996 andarono a dormire con un premier laburista e si svegliarono con Netanyahu, e per stamattina prevedeva un risveglio con Bibi ed Eisenkot «seduti ai piedi del letto», appaiati nell’incertezza. La Commissione elettorale conterà i voti fino a questo pomeriggio, dopodiché comincerà la caccia ai 61 deputati che servono per governare, uno sport in cui Israele non eccelle (fra il 2019 e il 2022 ha votato cinque volte).
Se vincerà Eisenkot e Israele continuerà a difendersi, chi da tre anni giura di avercela con “il fascismo di Netanyahu” dovrà scrivere un altro nome sugli striscioni. Alcuni, finora, hanno finto di avercela con il governo e non con la patria degli ebrei. Elly Schlein ha attaccato il «criminale governo Netanyahu».
E Giuseppe Conte, quando un tizio che gridava “Palestina libera” ha ucciso due dipendenti dell’ambasciata israeliana a Washington, ha detto che il problema era «Netanyahu con la sua condotta criminale». Tradotto: se a Washington ammazzano due ebrei, la colpa è di Netanyahu. Per colpire il governo, però, tutti e due vogliono sospendere o rivedere l’accordo fra l’Unione europea e Israele, che è un patto con lo Stato, non con il premier. Altri, invece, non si sono mai presi il disturbo di distinguere tra il premier e gli ebrei. Francesca Albanese, relatrice dell’Onu per i territori palestinesi, ha scritto che le vittime del 7 ottobre «non sono state uccise a causa del loro ebraismo, ma in reazione all’oppressione di Israele», e il 25 aprile, a Milano, alcuni pro-Pal hanno gridato «saponette mancate» alla Brigata ebraica in corteo. Per decenni l’antisemitismo si è fatto chiamare antisionismo, perché odiare gli ebrei non sta bene e odiare uno Stato sì. Dal 7 ottobre l’antisionismo si fa chiamare Netanyahu. Se Bibi ha perso, l’antisemitismo dovrà tornare a chiamarsi con il suo nome.