La verità può essere celata, manipolata, negata ma arriva sempre il momento in cui emerge in tutta la sua forza. Da tre anni ci viene detto che Israele sta compiendo il genocidio del popolo palestinese. Non una risposta sproporzionata alla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023, non crimini di guerra, non stragi.
No, proprio un genocidio, parola ripetuta ossessivamente perché tra tutti i crimini possibili è quello più inaccettabile in quanto definisce la sistematica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso che in questo caso sarebbero i palestinesi. Bene, ieri in Israele si sono svolte libere elezioni alle quali hanno partecipato, con diritto di voto, un milione e duecentomila dei due milioni di palestinesi che vivono in Israele con pieno diritto di cittadinanza.
È probabile che il loro voto sia andato a partiti filo arabi ed è possibile (lo capiremo a risultato consolidato) che questi siano decisivi per la formazione di una nuova maggioranza di governo. Se fossimo di fronte a un caso di genocidio ovviamente questo non sarebbe stato possibile, Hitler non avrebbe permesso agli ebrei di partecipare alla vita politica tantomeno organizzarsi in partiti ostili al nazismo. Israele ieri ha dimostrato di essere una sana democrazia che ha dovuto affrontare una guerra non voluta, una guerra che come tutte le guerre è stata disumana, non priva di eccessi che si sarebbero potuti e dovuti evitare, una guerra che comunque non sarebbe andata nella sostanza poi così diversamente se al comando delle operazioni ci fosse stato qualcuno diverso da Netanyahu.
Il termine genocidio (non a caso mai usato da Papa Leone che pure ha pregato per le sofferenze del popolo palestinese) è stato scelto come parola d’ordine (infondata) dell’antisemitismo dilagante e ieri è stata definitivamente smentita da un milione e passa di palestinesi.