Nell’Unione Sovietica c’era il Glavlit, l’organo di censura della stampa che decideva cosa si poteva pubblicare e cosa no. Prima ancora ci pensavano gli zar a esiliare o condannare gli scrittori e gli intellettuali dissidenti. Oggi c’è Putin, che zittisce chi scrive, o prova a scrivere, la verità.
Vent’anni fa Anna Politkovskaja, la giornalista che aveva raccontato l’orrore della Cecenia, fu uccisa nell’ascensore di casa, mentre Vladimir festeggiava il suo cinquantaquattresimo compleanno. Tra nove giorni chiuderà Novaya Gazeta, il giornale per cui Anna lavorava. «Ci hanno uccisi», scrive il direttore. È stata una lenta agonia: prima la licenza revocata, poi il sito oscurato, le donazioni dei lettori bloccate, lo sfratto e da sempre l’accusa di essere un “agente straniero”.
Novaya Gazeta parlerà da Riga, in esilio, come tanti intellettuali russi. Nel 1970 Solženicyn, anche lui cacciato dalla sua patria, chiuse il discorso d’accettazione del Nobel per la Letteratura (che ritirò dopo quattro anni) con un proverbio russo: una sola parola di verità pesa più del mondo intero. Al Cremlino lo sanno, per questo hanno paura delle parole.