C’è qualcosa di curioso nell’entusiasmo con cui la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte hanno accolto la sconfitta di Donald Trump alle elezioni americane di midterm. Un entusiasmo quasi liberatorio, accompagnato da dichiarazioni trionfali, come se da una notte elettorale americana fosse improvvisamente arrivata la certificazione di una nuova stagione politica mondiale. Per Schlein è la dimostrazione che le destre possono essere battute. Per Conte è il segnale che i cittadini hanno voglia di cambiare pagina. Ma il mondo non finisce negli Stati Uniti e, soprattutto, un risultato elettorale locale non può essere trasformato nella prova di una presunta inversione di tendenza globale.
La sconfitta di Trump è certamente un fatto politico importante. Come lo sono stati il ritorno di Lula in Brasile e le difficoltà politiche di Benjamin Netanyahu in Israele. Ma mettere insieme vicende tanto diverse per ricavarne la fotografia di un mondo che starebbe improvvisamente voltando le spalle alla destra è un esercizio di fantasia politica più che un’analisi. Basterebbe guardare all’Europa per accorgersene. Anzi, basterebbe guardare a due Paesi fondamentali come Spagna e Francia, dove il quadro politico racconta una storia decisamente diversa da quella della sinistra italiana.
Il 29 novembre gli spagnoli saranno chiamati alle urne per le elezioni anticipate. E i numeri non sorridono affatto al primo ministro socialista Pedro Sánchez. Il Partito popolare di Alberto Núñez Feijóo è in testa con circa il 31-32% dei consensi, secondo gli ultimi sondaggi, mentre il Partito socialista si attesta intorno al 26%. Ma il dato politicamente più significativo è un altro: Vox, la formazione della destra identitaria guidata da Santiago Abascal, viaggia stabilmente intorno al 19%. Secondo le proiezioni elettorali, la somma dei seggi del Pp e di Vox potrebbe arrivare intorno ai 200 deputati su 350, ben oltre la maggioranza assoluta di 176.
Il Psoe di Sánchez, invece, rischia di perdere terreno rispetto alle elezioni del 2023 e le formazioni alla sua sinistra appaiono frammentate e molto indebolite. Ciò significa che il Paese che per anni è stato indicato dalla sinistra europea, a partire da quella italiana, come uno degli esempi più riusciti di governo progressista, potrebbe diventare il prossimo laboratorio di una maggioranza conservatrice con una componente nazionalista molto forte.
La Francia, come la Spagna, è pronta a virare a destra in vista delle prossime presidenziali, previste nella primavera del 2027 e alle quali l’attuale presidente Emmanuel Macron non potrà presentarsi per sopraggiunti limiti di mandato. L’ultimo sondaggio dell’istituto Ifop è eloquente: Marine Le Pen, leader del Rassemblement national, è accreditata intorno 35-37% al primo turno, il doppio del suo principale rivale, il leader della sinistra radicale e del partito la France insoumise Jean-Luc Mélenchon, che si aggira tra il 17,5 e il 18%. Édouard Philippe e Gabriel Attal, i due esponenti centristi ed ex premier di Macron non superano il 10%, e Raphaël Glucksmann, vincitore delle primarie socialdemocratiche, è poco sopra il 12%. Per la prima volta la destra identitaria francese non appare soltanto competitiva, ma concretamente in grado di conquistare l’Eliseo. La Francia, dopo la Spagna, potrebbe dunque diventare il simbolo più importante della “destrizzazione” dell’Europa. Altro che vento progressista.