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Toh, l’allarme fascismo alla fine non c'era...

La vittoria dem dimostra l’inesistenza di una deriva autoritaria. E per i media rinasce “il sogno americano”
di Giovanni Sallusti giovedì 5 novembre 2026

4' di lettura

Ieri mattina ci siamo svegliati con un’epifania: è tornata la democrazia in America. Ci eravamo addormentati col fascismo radicato Oltreoceano, ripeteva il Commentatore Collettivo, perché i liberi elettori americani alle presidenziali avevano scelto il ciuffo di Donald Trump. Poi, gli stessi liberi elettori scatenano l’“onda blu” alle Midterm 2026, e gli States tornano di colpo faro e modello a cui guardare. Abbiamo scherzato, cestinate le accigliate analisi attorno alla nazione costruita sulla Colt e sul Ku Klux Klan e andate a ripescarvi qualche lenzuolata strappalacrime di Veltroni sulla saga della famiglia Kennedy, l’incubo della “tecnodestra” evapora e rinasce il sogno americano.

Sembra una caricatura, è seriamente il canovaccio di giornaloni e intellettualini da ventiquattr’ore, è la spettacolare inversione a U del mainstream. Troppo comodo e allo stesso tempo troppo sfrontato, signori. Non c’era il fascismo in America, non c’è mai stato, anzitutto perché è un ossimoro. C’è sempre stata la Costituzione, c’è sempre stato il Bill of Rights, ci sono sempre stati «vita, libertà e perseguimento della felicità» come «diritti inalienabili» impressi nella Dichiarazione d’Indipendenza, ci sono sempre stati i contrappesi, a partire da quella Corte Suprema che nonostante sia a maggioranza conservatrice ha spesso sbaraccato architravi dell’agenda trumpiana, politica dei dazi in primis.

Si sono tenute regolarmente le elezioni per il rinnovo del Congresso (qualche avvinazzato mascherato da analista aveva messo in dubbio perfino questo, paventando scenari golpistici sudamericani) e, udite udite, c’è stato perfino il riconoscimento del risultato da parte del tycoon. Certo di malavoglia e con tonalità irrituali, come da spartito del personaggio, ma nessun assalto alla baionetta, nessuna deviazione dall’agire democratico. Che rimane il sistema peggiore, ad eccezione di tutti gli altri sperimentati finora, come voleva Sir Winston Churchill: può sbandare, auto-correggersi, ripartire. Esempio paradigmatico da queste Midterm: se un presidente eletto su una piattaforma che prevede il contenimento della sovra-esposizione bellica americana e il restauro dell’economia domestica si va a impelagare in una guerra priva di ratio strategica (seppur giusta di principio, almeno per chiunque detesti la teocrazia assassina degli ayatollah), la quale impatta negativamente anzitutto su larghi strati del suo elettorato, sull’America rurale e profonda che accusa di più il caro-carburante, quell’elettorato lo punisce.

È il manuale basilare dell’ingranaggio democratico, siamo ai rudimenti, altro che autocrazia col toupet. I rudimenti di storia politica americana, di converso, suggeriscono un residuo minimo di autocontrollo al party inesausto delle anime belle: l’esito delle Midterm non è automatismo innescato verso la Casa Bianca. Tre precedenti esaustivi: Reagan perse le elezioni di metà mandato nel 1986 e poi il suo vice Bush senior si aggiudicò la presidenza, ClinLe Borse mondiali festeggiano la vittoria dei democratici alle elezioni di Midterm americane. E pure Donald Trump, nonostante la sconfitta, brinda: «ll mercato azionario ha appena raggiunto un altro massimo storico: 91 volte in un arco di tempo molto breve, meno di due anni. I vostri piani pensionistici sono alle stelle. Record su tutta la linea!». I listini europei hanno reagito alla notizia con decisi rialzi, mentre petrolio e gas arretrano e l’oro guadagna oltre il 3%. Alla chiusura dei mercati del Vecchio continente, il Brent perde quasi il 9% a 94,3 dollari al barile, mentre il Wti americano scende del 7,8% a 88,6 dollari.

A contenere le quotazioni contribuisce anche la graduale ripresa dei flussi dal Medio Oriente. La flessione del petrolio si accompagna a quella del gas europeo, con il Ttf di Amsterdam in calo di oltre il 4%, a 87,4 euro/MWh. Il clima sui mercati resta comunque positivo sul fronte azionario. Le principali Borse europee hanno chiuso in rialzo, con Piazza Affari sostenuta soprattutto dai titoli bancari. Francoforte guadagna il 2,4%, Parigi l’1,96%, Londra l’1,9% e Milano il 2,18%. In discesa anche lo spread tra Btp e Bund, a 107 punti base, e il rendimento del decennale italiano al 4,36%. Completa il quadro la corsa dell'oro, che guadagna oltre il 3,3% e torna sopra i 4.060 dollari. ton perse nel 1994 ma due anni dopo fu confermato Potus, la stessa cosa Obama tra il 2010 e il 2012.
Non c’è nessuna notizia strabiliante oggi, se non una, continuamente verificata: il grande show della democrazia Made in Usa funziona.

È la stessa notizia arrivata dallo Stato d’Israele, l’unico che pratica il suddetto gioco nel Medio Oriente infestato da dittature, monarchie teocratiche, totalitarismi terroristi. Lo Stato costantemente messo sul banco degli imputati globali negli ultimi tre anni, accusato sguaiatamente di “genocidio”, ignobilmente accostato al Terzo Reich da una retorica che ha finito per bestemmiare la Storia, riferendosi allo Stato degli ebrei. Lo Stato in cui si è appena votato, in cui si è appena svolto il primo giro di consultazioni presso la residenza del presidente della Repubblica Herzog, in cui la popolazione arabo-palestinese, ossia la componente etnico-culturale che starebbe subendo il genocidio, rappresenta circa il 20% dell’elettorato ed esprime il consenso per partiti che potrebbero essere determinanti nella formazione del nuovo governo. Il quale potrebbe formarsi senza Netanyahu, senza il tiranno, il fascista Netanyahu, nel caso deposto attraverso libere elezioni. Sono le aporie della narrazione politicamente corretta, quella per cui la democrazia è a rischio quando vince qualcuno che puzza all’olfatto progressista.
No, la democrazia è a rischio quando non si gioca la partita. In America, in Israele, in Occidente, la partita non si ferma mai. No, rettifichiamo: a volte si è fermata, nel Novecento. Poi, sono arrivati gli americani.

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