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E' tutta colpa di Napolitano

Il presidente della Repubblica non può prendersela con il Pdl. Aveva gli strumenti per evitare di far arrivare il Paese a questo punto, invece ha preferito assistere in silenzio agli assalti della cavalleria giudiziaria
di Lucia Esposito domenica 29 settembre 2013

4' di lettura

Per opporsi al regime fascista, nel 1924 i parlamentari liberali, popolari e socialisti  decisero di ritirarsi sull’Aventino, disertando i lavori delle Camere. Come la storia insegna non finì bene, perché senza l’opposizione la dittatura ebbe ancor più le mani libere. Ma non è questo il punto. Il centro del problema è che l’Aventino dei giorni nostri, cioè la minaccia di senatori e deputati del Pdl di dimettersi tutti se Berlusconi sarà fatto decadere da rappresentante del popolo, è bollato dalla sinistra come eversivo, dunque fascista e antidemocratico. A questo ribaltamento della realtà hanno contribuito non solo il segretario del Pd ed altri esponenti progressisti, ma purtroppo anche il capo dello Stato, il quale ieri non ha fatto mancare parole al vetriolo contro la decisione annunciata dagli esponenti del Popolo della libertà. Che il presidente della Repubblica sia contrario ad una fine anticipata della legislatura si può comprendere e anche che si dia da fare per cercare di ricomporre i dissidi tra le forze politiche in nome della stabilità di governo. Ciò che però non è comprensibile né ammissibile è che Napolitano abbandoni il ruolo di arbitro che la Costituzione gli assegna per diventare all’improvviso il giocatore di una parte. L’Aventino non gli piace e preferisce le larghe intese? È a favore della concordia in luogo della litigiosità? Sono opinioni da tener presente e anche da rispettare. Ma bollare pubblicamente la decisione di un partito e minacciare conseguenze gravi come le dimissioni dal suo incarico per impedire che una forza politica svolga il suo ruolo a Montecitorio e Palazzo Madama è altra cosa. Questo sì che stravolge le regole che i nostri padri costituenti ci hanno dato. La Carta del 1948  a cui impropriamente troppo spesso ci si ispira parla chiaro: il popolo è sovrano e il Parlamento è diretta espressione del popolo. Se dunque una parte del Parlamento decide di protestare ricorrendo a mezzi estremi come l’ostruzionismo o le dimissioni di massa non si può impedirlo, pena la violazione dell’autonomia dello stesso Parlamento. Che vuole fare Napolitano? Lasciare il suo incarico per consegnare il Paese a un presidente eletto da Pd e grillini, magari a quello Stefano Rodotà che dice di comprendere i proclami delle Br sulla Val di Susa? In nome della stabilità è pronto a tener bordone a un esecutivo con ministri del Partito democratico e esponenti pentastellati? Così invece della crescita dell’economia  avremo finalmente la decrescita felice di cui parla Beppe Grillo?  In questi giorni, pur criticando per la sua inconcludenza il governo Letta, abbiamo suggerito al Pdl di non rompere le larghe intese, perché la fine di questa esperienza potrebbe aprire la strada a soluzioni dannose per il Paese. Da mesi infatti riteniamo che l’unica via per uscire dal pantano in cui siamo finiti sia un accordo fra le forze politiche che ponga fine alla guerra dei vent’anni. L’Italia non può morire per Berlusconi, ma neanche per Ruby, per la Boccassini, per Tarantini, per Ingroia,  per Bersani, per Vendola, per Di Pietro e per la Camusso. Mettiamoci una pietra sopra è ricominciamo, nella speranza di ricostruire questa nazione. Però non si può pensare di mettere un macigno solo sul Cavaliere. Se dobbiamo archiviare una stagione la archiviamo tutta, non solo il pezzetto che piace alla sinistra. Seppellire - politicamente parlando - Berlusconi non è il modo migliore per mettere la prima pietra di un periodo nuovo, pacificato: è solo la sopraffazione di una parte sull’altra. E allora il presidente della Repubblica non può indignarsi o minacciare rappresaglie. Può solo prendere atto che la tregua non c’è e che una delle principali forze politiche del Paese si sente all’angolo e reagisce per impedire che il proprio leader sia estromesso dalla scena  per via giudiziaria. Napolitano sa cosa è accaduto, non può far finta di niente. Anche perché egli è stato il Ponzio Pilato della crocifissione del leader di centrodestra. Se il capo dello Stato in questi anni non se ne fosse lavato le mani, se avesse esercitato la moral suasion di certi suoi precedessori nei confronti della Corte costituzionale, non saremmo a questo punto.  La cavalleria giudiziaria sarebbe stata fermata da uno scudo per le alte cariche dello Stato. E se avesse ritenuto improcedibile questa strada, il Quirinale avrebbe potuto richiedere il ritorno allo spirito costituzionale del 1948, con il ripristino dall’immunità parlamentare, e dunque la separazione tra potere legislativo e ordine giudiziario. E ancora: Napolitano avrebbe potuto esercitare il suo ruolo di presidente del Csm come fece un altro suo predecessore o scrivere al Parlamento. Invece di far sentire la sua voce, l’uomo del Colle ha preferito assistere in silenzio a un regolamento di conti all’ombra della Repubblica. Zitto, per convenienza o altro.  E ora di cosa si stupisce? Perché minaccia addirittura le dimissioni? Poteva fermare la guerra e non l’ha fatto. Poteva evitare di cedere alle pressioni internazionali che sollecitavano a sostituire Berlusconi con Monti e non l’ha fatto. Poteva concedere la grazia al Cavaliere e si è nascosto dietro la prassi. E adesso di che cosa si lamenta? Se siamo ridotti così è anche colpa sua. Anzi: è colpa sua. Di nonno Pilato. Maurizio Belpietro maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it

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