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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Monica Rizzello sabato 15 maggio 2010

3' di lettura

Probabilmente ha ragione il presidente del Consiglio, quando dice che la storia delle case, comprate e ristrutturate coi soldi di un signore in affari con la pubblica amministrazione, non è Tangentopoli. Comunque, anche se non si tratta di un sistema simile a quello emerso nel 1992, fa schifo lo stesso.  Non so se chi si è fatto rimettere a posto l’appartamento da Anemone abbia commesso un reato: probabilmente no. Diciamo che semplicemente ha ricevuto un favore da un uomo di mondo, abituato a navigare in un ambiente dove i piaceri si danno e si ricevono e in cui non c’è mai una precisa distinzione fra cose pubbliche e interessi privati. Ciò detto, anche senza che vi siano illeciti o ruberie sanzionabili penalmente, l’immagine che ne esce non è delle più immacolate. Fatta la tara di quelli che non c’entrano e di coloro i quali hanno regolarmente saldato i lavori facendosi rilasciare fattura, gli altri nel migliore dei casi si sono accomodati a una tavola dove tutti in qualche misura partecipano al banchetto e non si sa chi paga. O meglio: si sa benissimo, perché alla fine nessuno ha la vocazione del benefattore, tranne lo Stato. Ha ragione chi nel centrodestra dice che l’elenco di lavori fatti da Anemone rischia di diventare una lista di proscrizione. Non solo perché ancora quei nomi non sono neppure in mano alla magistratura titolare delle indagini sulla cricca (circostanza che la dice lunga sulla necessità di dare un giro di vite al segreto istruttorio) e dunque non si sa chi sia in regola e chi no, ma anche perché l’aria che gira è da indignazione popolare. Probabilmente non sarà Tangentopoli, ma il clima di rabbia che sta montando rischia di portare all’esilio o all’espulsione, proprio come  avvenne quasi vent’anni fa. Ora, non so se qualcuno stia soffiando sul fuoco, sperando di strumentalizzare casi di singola corruzione e malaffare al fine di provocare uno tsunami che spazzi via Berlusconi e tutti i berlusconini. Pur non avendo prove dirette, non me la sento di escluderlo. Ma indipendentemente da ciò e dall’esistenza di qualche burattinaio che muove i fili di quanto  sta succedendo, colpisce l’assoluta capacità della politica di percepire il vento mutato. Mi spiego subito. Nei giorni scorsi hanno attirato la mia attenzione due notizie apparse sui quotidiani. La prima riferiva della proposta di un parlamentare del PdL per consentire ai guidatori di auto blu di violare il codice della strada senza rischio di perdere i punti della patente: un’ idea che non mi pare popolarissima, soprattutto se fatta in un periodo simile.  La seconda riguarda un altro parlamentare di centrodestra, il quale si è lamentato delle multe ricevute per aver passato i varchi che delimitano il centro di Roma con la propria auto: i parlamentari sono autorizzati all’ingresso, ma la fotocamera non fa distinzioni fra la vettura di un cittadino semplice e quella di onorevole e così ecco fioccare le contestazioni del Comune. Sicuramente entrambi i deputati sono in buona fede e può essere perfino che abbiano le loro ragioni a lamentarsi, ma purtroppo per loro – e ahimé per la maggioranza – sbagliano il momento. Già nel Paese è diffusa la convinzione che il Parlamento sia la casa di una casta di privilegiati pagati molto per fare poco, aggiungete poi i fatti di questi giorni con Scajola e amici, infine arrivano pure le leggi salva punti e leva multe, immaginate l’atmosfera.  Non so se ai piani alti dei palazzi romani si percepisce l’aria che tira. Immaginiamo di sì, se si dà retta alle indiscrezioni che giungono da ambienti vicini al presidente del Consiglio. A scanso di equivoci, per quel che mi riguarda mi sento di dare un suggerimento: occhio Silvio, mettici una pezza, sennò qui finisce male. Uomo avvisato...

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