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Sciacalli sull'Aquila

Dipietristi e travaglini attaccano sul sisma e demoliscono la ricostruzione con bugie e dati falsi. Ma è ora che la sinistra metta da parte questi menagrami e si rimetta a discutere con serietà, per il bene del Paese
di Albina Perri sabato 10 aprile 2010

4' di lettura

di Mario Giordano-  Il dolore e gli sciacalli. Un anno dopo siamo ancora fermi lì, fra chi soffre e chi ci sguazza, fra quelli che nella tragedia hanno perso tutto e quelli che dalla tragedia sperano di guadagnare qualcosa, fra chi fatica a ricostruire e chi non perde occasione per continuare a distruggere. Dopo il terremoto, in effetti, sono arrivati i tifosi del terremoto, la curva sud della scossa sismica, gli ultras delle macerie, quelli per cui ogni intoppo è una festa e ogni festa è un intoppo. Quelli che sono felici per i disagi e sono a disagio se, dopo il disastro, vedono qualcuno felice. Le iene col sismografo, insomma, gli avvoltoi dell’angoscia, gli eterni e squallidi cantori del tanto peggio tanto meglio. Eppure, se fossimo un Paese serio, almeno attorno alle vittime dell’Aquila riusciremmo a trovare un po’ di unità nazionale, un filo sottile del dolore condiviso, magari un po’ di orgoglio per quel che è stato fatto e di collaborazione per quanto c’è ancora (tanto) da fare. Eppure, se fossimo un Paese serio, almeno attorno alle vittime dell’Aquila riusciremmo a trovare un po’ di unità nazionale, un filo sottile del dolore condiviso, magari un po’ di orgoglio per quel che è stato fatto e di collaborazione per quanto c’è ancora (tanto) da fare. Se fossimo un Paese serio non ci sarebbe spazio per gli sciacalli, i travagli, i Paolo Ferrero, i (mis)Fatti e gli Annozero, pronti di nuovo a svuotare chili di  fango su chi cerca faticosamente di risalire. Se fossimo un Paese serio non ci sarebbe spazio per l’odio della polemica durante la rievocazione del lutto. Un successo unico Si può essere anti-berlusconiani fino al midollo, infatti, ma non si può fare a meno di riconoscere che in Abruzzo lo Stato ha risposto nel migliore dei modi: a 48 ore dalla scossa c’erano già 10mila soccorritori in azione, dieci mesi dopo non c’era più nemmeno una tenda. L’idea di costruire a tempo di record palazzine anti-sismiche, al posto dei container, è stato un azzardo felice: 15mila persone hanno avuto in tempi rapidissimi una sistemazione più che dignitosa. E non è poco se consideriamo che dal Belice all’Umbria, passando per l’Irpinia, ci sono italiani che da decenni stanno aspettando la ricostruzione post-terremoto dentro i container. Ed è addirittura tanto se consideriamo che a Messina c’è gente che vive ancora nelle baracche del terremoto anno d’oro 1908... In Abruzzo invece niente baracche, niente container e niente sprechi. Casette per tutti, o quasi tutti. Il mondo ci guarda, ci invidia, non a caso ci vuole copiare. Anche le scuole hanno riaperto regolarmente, le aule sono state ricostruite a tempi record, l’Università ha riconfermato 20mila iscritti su 28mila. Certo, resta il problema del centro storico dell’Aquila da ricostruire, ci sono le macerie da portare via, i monumenti da restaurare. E poi ci sono le imprese in affanno, l’economia da rilanciare, il lavoro che continua a scarseggiare. Ma le inevitabili difficoltà non possono cancellare un dato di fatto: quello che è stato fatto in quest’anno è stato un miracolo di efficienza, che nessun gufo può negare. Oggi, dalle colonne del Fatto, parlano di “33mila famiglie che aspettano una casa” (33mila famiglie? Cioè 90mila persone circa? Ma se quelle colpite dal terremoto sono state in tutto 70mila…). In barba all’aritmetica Se fossimo un Paese serio, dunque, ci si troverebbe attorno a un tavolo per chiedersi: che cosa abbiamo realizzato? Che cosa resta da realizzare? Qui, invece, trionfano gli sciacalli dell’orrore, i corvi del dolore. Quelli che in tv già l’anno scorso, con i cadaveri ancora caldi e le bare aperte, erano subito pronti a scatenare le polemiche contro la Protezione civile. Quelli che oggi, dalle colonne del Fatto, parlano di “33mila famiglie che aspettano una casa” (33mila famiglie? Cioè 90mila persone circa? Ma se quelle colpite dal terremoto sono state in tutto 70mila…). Quelli che portano le carriole, caricandole di interessi politici, come ha rivelato  l’arcivescovo Giuseppe Molinari («Qualcuno è molto interessato a queste manifestazioni per poter entrare in cabina di regia...»). Quelli che sono disposti a fare a pezzi la logica e l’aritmetica, il senso di appartenenza e la dignità, l’amore per il proprio Paese e per la verità, tutto sacrificato sull’altare della polemica, della piccola speculazione politica, meschino cabotaggio di una sinistra che dopo aver perso i voti e le elezioni riesce a perdere anche la faccia, facendosi trascinare fino in fondo dal proprio antiberlusconismo ottuso. Del resto, come stupirsi? Una volta facevano il tifo per Mao e Stalin, adesso per il terremoto. Sempre di sciagure per l’umanità si tratta. Chissà perché continuano ad esserne così attratti...

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