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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 29 maggio 2010

4' di lettura

C’è una sola vera ragione per cui Marco Travaglio si preoccupa delle nuove norme sulle intercettazioni. Se diventassero legge la sua carriera giornalistica e le sue fortune di arruffapopolo sarebbero praticamente finite. Basta articoli con cui impiccare le persone per una frase detta al telefono, stop a una produzione letteraria basata sul copia e incolla dei brogliacci investigativi, addio Fatto quotidiano, unico esempio al mondo di organo ufficiale delle procure. Anche il Robespierre de’noantri  tiene famiglia e pensa al portafoglio e al proprio futuro: senza poter pubblicare spiate telefoniche e verbali sarebbe costretto a tornare a lavorare in redazione anziché girare i teatri a far comizi. E questa è davvero una prospettiva che lo atterrisce. Così l’aedo dei pm racconta un sacco di balle, descrivendo scenari apocalittici, come per esempio l’impossibilità di arrestare terroristi o mafiosi, e sogna l’intervento della Corte costituzionale, di quella Europea e forse anche dello Spirito santo contro le nuove direttive. Ora, la legge che il ministro Alfano ha predisposto è bruttarella e, come abbiamo spiegato altre volte, volendo si potrebbe far di più, migliorandola sia nel punto in cui scarica le colpe solo sui cronisti sia sulla durata massima delle intercettazioni. Però che serva un colpo di freno a un sistema che non garantisce giustizia ma soltanto notorietà ai magistrati, è fuor di dubbio. Se alcuni autorevoli giornalisti si sono schierati contro le misure non è per ragioni di libertà di stampa, piuttosto perché in periodi di basse tirature temono di vederle calare ancora di più. La diffusione a puntate dei brogliacci giova alle vendite e io stesso, non essendo proibita, me ne sono avvalso più volte. Ma da qui a considerarla una faccenda regolare e per giunta vitale per la democrazia, come ho sentito dire, ce ne corre. Vediamo di capirci. Giorni fa Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera ha spiegato che se fossero in vigore le nuove norme non avremmo potuto raccontare fino ad oggi il caso delle maestre di Rignano accusate di pedofilia, ma al massimo avremmo potuto riferire del loro arresto.  Molto probabilmente non avremmo raccontato neppure quello perché senza la pubblicità dei giornali non ci sarebbero stati gli ordini di custodia cautelare e dunque ci occuperemmo del caso nel momento del processo, quando cioè un giudice è chiamato a vagliare le accuse, ma anche le ragioni della difesa. Intendo dire che la pubblicazione degli atti sulle pagine dei quotidiani è un formidabile propellente per continuare a far funzionare la macchina della giustizia spettacolo, senza alcuna tutela per i cittadini, di qualsiasi censo essi siano. Lo si sperimentò già all’epoca di Mani pulite, quando le procure fecero un tacito accordo con la stampa e la usarono per orientare l’opinione pubblica. Ma evidentemente il passato non ha insegnato nulla e i cronisti giudiziari continuano a pensare che il loro scoop venga prima di tutto, anche del rispetto degli indagati. È vero che c’è un diritto ad essere informati, ma esiste anche il diritto di non essere sbattuti ingiustificatamente in galera o di subire un processo a mezzo stampa. Un principio che è riconosciuto e preminente nei Paesi considerati civili. Se si avesse voglia di consultare la legislazione di altre nazioni, senza affidarsi ai giudizi di parte di alcuni giornalisti esteri di pronto intervento tanto cari alla sinistra, si scoprirebbe che nel mondo democratico le cose vanno come si vorrebbe farle andare da noi. E cioè non si pubblicano gli atti d’indagine prima che sia iniziato il processo. Succede in Germania, dove il codice penale punisce con la reclusione fino a un anno o una multa chiunque violi la segretezza degli atti o riferisca parti essenziali, o il testo integrale, di un atto d’accusa. Accade in Francia, dove si tutela la presunzione di innocenza. Ma capita soprattutto in Gran Bretagna, dove la stampa è sottoposta ad alcune restrizioni da quando ha inizio un procedimento penale fino alla sua conclusione. La pubblicazione di atti di un procedimento in corso può essere considerata oltraggio alla corte e come tale punita. In certi casi neppure a processo concluso si possono avere i verbali, figuratevi se è possibile pubblicarli. Perfino nella Repubblica Ceca si finisce in galera se si stampano le intercettazioni telefoniche o gli atti di un processo. Da noi invece no: i mozz’orecchi vorrebbero che la cuccagna continuasse e che i quotidiani seguitassero a pubblicare ogni sospiro depositato in redazioni trasformate in buca delle lettere. Vi chiedete perché io, giornalista, invece di approfittarne, dica che è giusto mettere la mordacchia ai giornalisti? Semplice: perché rispetto a certi simpatici colleghi che si vantano dei loro scoop, delle malefatte ancora un po’ mi vergogno.

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