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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 29 maggio 2010

3' di lettura

Sono trascorse meno di quarantotto ore da quando la manovra è stata annunciata e ancora non se ne conoscono parecchi dettagli. Ciò nonostante una tempesta di critiche si è già abbattuta sui provvedimenti. Protesta la Cgil, si oppone l’Associazione nazionale magistrati, strilla il Wwf. Perfino parti della maggioranza hanno il mal di pancia: i finiani perché si tocca il pubblico impiego, la Lega perché si toccano le province. Buon segno se le misure scontentano un po’ tutti: significa che non sono i soliti finti tagli cui la politica ci ha abituato. Dovremmo dunque gioire, perché più volte su Libero abbiamo sollecitato il governo a mettere mano alle forbici invece che al portafogli degli italiani. Questo è un Paese che per decenni è vissuto al di sopra delle proprie possibilità, sprecando ricchezza come nessun altro in Europa. Finché però la cassa era piena si poteva elargire a piene mani, anche a chi non ne aveva titolo, tanto alla fine Pantalone pagava per tutti. Ma ora, in un periodo di vacche magre, tocca tirare la cinghia e il governo agisce di conseguenza. Per quel che ci riguarda però, nonostante si vada nella direzione da noi indicata, non abbiamo intenzione di applaudire. Non perché si sia restii a riconoscere che qualcosa di buono si sta facendo, ma semplicemente perché riteniamo che quel qualcosa sia insufficiente. La crisi come si sa è seria e i primi a riconoscerlo sono gli stessi Tremonti a Berlusconi, i quali hanno detto agli italiani che saranno necessari  molti sacrifici. Ma se questa è la situazione, perché non osare di più? Se l’economia è messa male, perché non usare la scure contro gli sprechi invece di maneggiare il temperino? In questi anni i lettori di Libero hanno potuto essere informati della quantità di rivoli in cui si disperdono le tasse versate dai contribuenti, che – come è noto  – sono tra le più elevate del Continente. Noi ci saremmo dunque attesi un maggior coraggio che ponesse fine a tanto spreco. Nella scelta in fondo non c’era che l’imbarazzo. Nelle pagine interne si troveranno elencate le principali spese inutili. Per comodità però qui ricordiamo la quantità di denaro che finisce alle Regioni a statuto speciale, le quali per chi ci vive sono il Paese di Bengodi perché spesso garantiscono imposte al minimo e sussidi al massimo, oltre che stipendi migliori. Volendo ridurre gli sperperi si poteva cominciare col personale pubblico superfluo, che in certi uffici statali o di aziende statali abbonda, soprattutto in alcune città del Mezzogiorno. E che dire della quantità di finanziamenti a pioggia che ogni anno viene erogata a una marea di istituzioni e comitati che festeggiano le più incredibili ricorrenze? Ieri abbiamo apprezzato il discorso del presidente del sindacato degli imprenditori che chiedeva maggior rigore. Emma Marcegaglia ha approvato la manovra e sollecitato il governo ad adottare interventi strutturali sui meccanismi della spesa pubblica. Giusto. Ma che dire di quei 120 mila euro che la stessa Confindustria incassa dal ministero dei Beni culturali per celebrare il centenario del sua fondazione? L’organizzazione degli industriali ha proprio bisogno dei soldi pubblici per festeggiare la ricorrenza della sua nascita? Noi siamo certi che Emma Marcegaglia neppure sa del gentile regalo dello Stato, ma pensiamo che a quei soldi farebbe bene a rinunciare. Non si può chiedere rigore con una mano e con l’altra passare all’incasso. Se c’è da tagliare, bisogna che tutti si adeguino, anche chi lo chiede. Una manovra per essere tale e non finta, come dicevano, deve scontentare un po’ tutti. Non solo i lavoratori, ma anche gli imprenditori. O almeno quelli grandi.

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