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I papponi in toga

L'appetito dell'ultracasta. I giudici del Csm sono 27 e ci costano 29 milioni di euro l'anno. Per il 2011 ne hanno già chiesti al governo 35. Far tintinnare le manette conviene
di Eleonora Crisafulli sabato 3 aprile 2010

4' di lettura

di Fosca Bincher - L’unico a tirare la cinghia è il suo presidente, Giorgio Napolitano, che per la prima volta nella storia ha ridotto quest’anno la spesa per il Quirinale. L’esempio del Capo dello Stato e del Csm non ha contagiato però Nicola Mancino e i giudici che lo affiancano nell’organo di autogoverno della magistratura. Non hanno alcuna intenzione di mettersi a dieta, anzi. Dopo avere sfondato già nel 2008 e nel 2009 le previsioni di spesa costringendo il Tesoro a mettere una pezza da due milioni di euro, ora mettono le mani avanti chiedendo a Giulio Tremonti di mettere da parte per il 2011 ben 35,3 milioni di euro contro i 28,6 previsti nel bilancio pubblico per il 2009. Il Csm ha risposto infatti a fine marzo alla lettera inviata il 23 febbraio scorso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui si chiedevano lumi sulla previsione di spesa da iscrivere per il prossimo bilancio triennale 2011-2013 e su eventuali modifiche necessarie alla previsione di spese per il 2010. La risposta è stata un po’ criptica per quel che riguarda l’anno in corso. Nonostante il gesto di distensione che Tremonti aveva fatto alla vigilia di Natale assegnando una tantum 2 milioni extra in più di dotazione al Csm (anche perché nel 2010 ci sarebbero state le elezioni di rinnovo con i loro costi non ripetibili e la liquidazione di tutti quelli in uscita), l’organo guidato da Mancino ha deliberato “di richiedere l’eventuale integrazione per il corrente esercizio finanziario”. Soldi in più di sicuro in aggiunta a quei due milioni di euro, ma non si sa ancora quanti perché la ragioneria dei magistrati non ha effettuato i conteggi al centesimo (o non osa rivelarne l’esorbitante contenuto). Rivendicazioni pesanti Per il prossimo triennio la richiesta è invece fatta a puntino, ed è una rivendicazione pesante, di quelle in grado di provocare un attacco di bile al ministro dell’Economia. Nella lettera inviata al titolare dei conti e della cassa pubblica Mancino ha richiesto 35.373.600 euro per il 2011, 36.081.072 euro per il 2012 e 36.802.693 euro per il 2013. Rispetto al 2009 si tratta per l’anno prossimo di un aumento del 23,5%, assai difficile da spiegare con l’andamento dell’inflazione. La cifra poi lieviterebbe di un altro milione e mezzo nel biennio successivo e sarebbe davvero difficile spiegare perché tutte le amministrazioni dello Stato debbono contrarre la spesa pubblica e i giudici no. Anche se raramente una richiesta che arriva dalle toghe viene cestinata da chi la riceve. Un po’ come ha raccontato l’ex democristiano (poi passato al Pdl), Giuseppe Gargani in un suo libro ricordando l’approvazione parlamentare delle due leggi del 1966 e del 1973 che stabilivano gli scatti automatici di carriera e di portafoglio dei magistrati: «Molti di noi, tra i quali Francesco Cossiga, erano contrari agli automatismi. Fummo convocati dal capogruppo Flaminio Piccoli che, furioso, ci disse: “Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti”. E la legge passò». Il costo del Csm riguarda un numero assai più ristretto di magistrati: quelli eletti in consiglio e quelli segretari contabili, ma anche lì la politica non si è mai permessa brutti scherzi. Anche il rigidissimo ministero del Tesoro, poi divenuto ministero dell’Economia, ha chiuso spesso almeno un occhio sui bilanci del Csm che quasi mai hanno rispettato le previsioni iniziali, sfondando ogni capitolo di spesa, compreso quello tenuto in assai considerazione degli stipendi dei magistrati lì eletti. Tetto di spesa È accaduto anche con l’ultimo documento contabile ufficiale (al Csm non sono proprio dei fulmini con i rendiconti): quello relativo al 2008 e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 14 ottobre 2009. Nicola Mancino & c avevano in budget 5,9 milioni di euro alla voce “spese per compensi e altri assegni ai componenti del Csm”, e cioè le sole indennità e rimborsi spese per i membri togati e non togati del consiglio superiore. Quel tetto di spesa è stato sfondato di 318.776 euro, e a consuntivo se ne sono pagati 6 milioni e 272 mila euro. Cifra assai simile a quella che spende l’organo di autogoverno della magistratura per la formazione delle toghe. Una voce fra le meno sondate e che porta a pagare le spese di convegni come quello che si è appena tenuto a Roma sui processi in tv (con gettoni di presenza essenziali pagati a Giovanni Floris o Aldo Grasso) o come quello che si terrà fra qualche settimana con protagonisti non troppo diversi (di scena ancora Floris) su come tenere riservate le indagini durante l’istruttoria: sono sicuramente i giornalisti gli esperti della materia.

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