«Come volevasi dimostrare, e ahinoi ampiamente previsto. Dopo il referendum sulla giustizia, dalle Procure iniziano ad arrivare pensierini sgraditi a chi si è impegnato in prima fila per il Sì». Ce l’ha con i magistrati o con i suoi ex colleghi giornalisti, onorevole? «Non ce l’ho con nessuno. Rilevo che, nella consolidata tradizione della tenaglia magistratura-stampa, mi ritrovo colpito da schizzi di fango partiti da un’inchiesta che non mi riguarda. La tecnica è sempre la stessa: nel mentre viene dato conto di un’indagine, si fa uscire ad arte il mio nome anche se non sono neppure indagato e viene accostato a personaggi coinvolti e... oplà i giornalisti scrivono che “spunta” il nome di Mulè oppure “nelle carte si fa il nome di Mulè”: sono entrambe circostanze false ma intanto si danneggia la mia immagine».
Colpa delle Procure?
«Saranno le Procure stesse ad accertarlo. Sono pronti due esposti: uno diretto a Roma, che è titolare dell’inchiesta, l’altro a Perugia, sede competente per le eventuali irregolarità commesse dai magistrati della Capitale. In entrambi si chiede conto di scovare i responsabili di questa porcheria ai miei danni. Ma ovviamente posso vaticinare che i bravissimi magistrati non troveranno il colpevole...».
Giorgio Mulè è la faccia vincente del referendum sulla giustizia perso dal governo. Il vicepresidente della Camera, nelle vesti di responsabile di Forza Italia per la campagna del Sì, ha asfaltato chiunque lo abbia sfidato a “duello”: a PiazzaPulita, su La7, il noto pm napoletano, Henry John Woodcock, che voleva attaccare la riforma e si è ritrovato invece a balbettare e contraddirsi, come un accusato non proprio qualsiasi in difficoltà sul banco degli imputati. Non è bastato a far vincere il Sì, ma è un episodio che resterà nella storia della televisione.
La circostanza su cui l’onorevole azzurro chiede chiarezza ai magistrati è come mai la stampa abbia tirato in ballo il suo nome in un’inchiesta per turbativa d’asta e traffico d’influenze in appalti che coinvolgono il ministero della Difesa e ha portato a 26 avvisi di garanzia a imprenditori, manager, militari, dirigenti di imprese pubbliche e partecipate, ma non lui. «Negli ordini di perquisizione non si fa mai riferimento a me», spiega Mulè. «Nessuno poteva risalire a me; eppure, a perquisizione in corso, sulla stampa spunta il mio nome. Mi trovo scritto sui giornali che l’imprenditore Antonio Spalletta, indagato, che io frequentavo per motivi di lavoro, avrebbe raccomandato un ufficiale dell’Aeronautica, Pierfrancesco Coppola, per la promozione a generale. Una promozione risalente al febbraio del 2024, cito testualmente l’atto, “garantita da Spalletta attraverso il (reale o millantato) intervento di un importante esponente politico e rappresentante istituzionale e dei vertici dell’amministrazione dell’aeronautica”».
Come se lo spiega, onorevole?
«Scusi, ma sono io a chiedere spiegazioni, non devo fornirle. Forse quell’episodio - che risale a oltre due anni fa e del quale nessuno mai si è sentito in dovere anche solo di chiedermi qualcosa - e il mio nome comparivano negli atti preparatori dell’inchiesta, ma non in quelli pubblici ripeto. Quelle carte sono a disposizione solo degli inquirenti. Quindi io chiedo alle Procure di Roma e Perugia: chi, di grazia, ha fatto la soffiata in questa maniera schifosa ai giornalisti, e perché?».
Ma lei la segnalazione l’ha fatta?
«Guardi, sul caso specifico non voglio dire una parola perché evidentemente non ha interessato neppure i pm, altrimenti mi avrebbero chiamato come testimone. Le posso dire che da sottosegretario alla Difesa, come oggi da membro della Commissione Difesa della Camera, ho fatto centinaia di segnalazioni per trasferimenti o promozioni. Me lo impone il mio ruolo. Ma ho sempre rispettato regole e procedure e mai fatto forzature».
Sta dicendo che la magistratura ha intenzionalmente fatto filtrare notizie che possono infangarla?
«Sto dicendo che voglio andare a fondo a questa storia. Aver fatto uscire il mio nome, non essendo coinvolto nell’inchiesta, è uno sfregio del quale sto chiamando la Procura di Roma a dare giustificazione. Di sicuro si è dimostrata incapace di tutelarmi come cittadino estraneo all’indagine».
La Procura però ha respinto ogni insinuazione...
«Escludendo che la colpevole sia una cicogna o una gazza ladra chi è stato allora a fare la soffiata? Ritiene la Procura che sia stata la Guardia di Finanza? Bene, apra un fascicolo e proceda per rivelazione di segreto d’ufficio».
Lei lo aveva detto che dopo il referendum sarebbe arrivato qualche “pensierino” dalla magistratura...
«È chiaro a chiunque che durante la campagna referendaria io ho dato fastidio, eufemisticamente, alla categoria dei magistrati. Non mi meraviglio di quello che mi è successo, ma neppure lo accetto. E non mi stupirei se arrivasse qualche altro pensierino a chi si è speso. Quello per me è arrivato a stretto giro di posta».
Le reazioni dei magistrati dopo la vittoria del No, con i cori da stadio anti-Meloni alla Procura di Napoli non lasciavano presagire nulla di buono, del resto...
«Scene vergognose da scolaresca in gita, da ultras di una curva allo stadio. Attendiamo la valorosa azione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura per sanzionare le toghe che si sono prese gioco della presidente del Consiglio, hanno messo all’indice e alla berlina una collega perché aveva fatto campagna per il Sì e compromesso l’immagine della magistratura. Mettetevi comodi, non succederà nulla...».
I ritocchi e le dimissioni nel governo di questi giorni sono interpretabili come un segnale di pace della maggioranza alla magistratura?
«Sono piuttosto segnali di assunzione di responsabilità da parte del premier, che dimostra di essere capace di intervenire quando necessario».
Dopo le dimissioni del ministro Daniela Santanchè si dice che adesso chiunque nel governo riceva un avviso di garanzia sarà chiamato a fare un passo indietro...
«Sarebbe un errore mortale arrivare a questo. Le dimissioni di Santanchè, come quello di Andrea Del Mastro e di Giusi Bartolozzi hanno ragioni politiche e di opportunità molto diverse tra di loro, non giudiziarie. Questo centrodestra si ispira ai valori del garantismo e agli ideali liberali. Un avviso di garanzia non può essere mai di per sé un motivo sufficiente per farsi da parte».
Lei è stato colpito anche perché in questo momento è particolarmente in auge in Forza Italia. Si è fatto il suo nome per ruoli importanti...
«Per carità... Forza Italia deve fare il suo corso, non parlo».
Ci si aspettava di più però dal partito per il referendum. È mancato qualcosa?
«Forza Italia nella mia Sicilia ha circa cinquantamila tessere; eppure lì siamo andati male. Di sicuro ci si sarebbe potuti impegnare di più lì, ma leggo che il presidente della Regione, Renato Schifani, non si preoccupa di questo ma piuttosto di correre e fare il congresso regionale tra un mese. Mi sono dato i pizzicotti, non ci volevo credere. Altro che congresso, andrebbe commissariato il partito in Sicilia...».
I partiti stanno facendo i conti dentro se stessi dopo il voto per darsi un assetto nuovo da qui a fine legislatura?
«È necessario: chiarezza interna per poi ritrovarsi e coordinarsi tutti insieme. Il vero errore del centrodestra nella campagna referendaria è stato andare ciascuno per sé. Avevamo detto che il coordinamento politico sarebbe stata la prima cosa da fare ma non lo abbiamo fatto. Confido che nell’anno pre-elettorale andrà diversamente e dopo questo momento in cui ognuno sta cercando il proprio assetto concorderemo un programma di fine legislatura che guardi già al 2027».