L'intervista

Simone Uggetti, il manettaro pentito: "Che sbaglio, basta potere ai pm"

Paolo Ferrari

«Guardi, non mi chiami “manettaro”. Certo, io sono nato nel 1973 e quando ero poco più che maggiorenne, negli anni di Tangentopoli, la pensavo in maniera molto diversa. Erano anni particolari, la battaglia politica si faceva anche per via giudiziaria», ricorda Simone Uggetti, ex sindaco Pd di Lodi. A maggio del 2016 Uggetti venne arrestato con l’accusa di turbativa d’asta per l’affidamento della gestione di due piscine comunali. Prima di essere rimesso in libertà trascorse 25 giorni in carcere e 10 ai domiciliari. Il suo arresto causò, come prevedibile, le reazioni della politica con aspre critiche da parte di 5Stelle e Lega che organizzarono per giorni sit-in di protesta sotto il municipio per chiederne le dimissioni. Nell’agosto dello stesso anno, Uggetti si dimise quindi dalla carica di sindaco. Nel novembre del 2018 venne condannato in primo grado a 10 mesi di carcere. Assolto in appello, la Cassazione dispose allora un rinvio per un nuovo giudizio. Questa settimana la definitiva assoluzione.

In tanti le avranno sicuramente chiesto se questa vicenda ha cambiato il suo modo di vedere la giustizia. È vero?
«Il discorso è complesso. Come ho detto, da giovane pensavo che l’unico modo per cambiare il sistema di potere fosse per via giudiziaria. Una sorta di “purificazione” per la ripartenza con nuove regole».

E invece?
«Ammetto le mie colpe. Però già prima di quello che mi è successo nel 2016 avevo capito che non si poteva delegare tutto il potere ai magistrati».

Il Pd è sempre il partito delle Procure?
«Anche questo è un discorso complesso. All’interno del Pd ci sono sensibilità e culture diverse fra loro. Diciamo che la storia dell’allora Pds cambia nel 1992 con Tangentopoli che ha ridefinito i rapporti fra politica e giustizia. Nel 1994, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, vi fu poi uno spartiacque».

Ciò non toglie che il Pd non ha mai preso posizione forte contro lo strapotere delle Procure.
«Il dibattito di queste settimane sulla riforma dell’abuso d’ufficio vede in prima linea molti sindaci del Pd, esposti come tutti a procedimenti penali».

Ha una proposta, anche alla luce della sua esperienza?
«Io penso che bisognerebbe avere maggiore durezza e fermezza con coloro che si macchiano di reati di corruzione, concussione, peculato, quindi con coloro che utilizzano i soldi di tutti per interessi privati. Discorso diverso riguarda invece coloro che svolgendo l’attività di pubblico amministratore commettono una infrazione qualsiasi che non può ricadere sempre e comunque sotto l’ombrello penale, con la conseguente equiparazione ad una violazione amministrativa».

La dirigenza del Pd è pronta per questo cambio di mentalità?
«Quelli che ho le ho appena detto sono dei concetti basici che però se si ha un vissuto diverso difficilmente possono essere compresi. Non tutti sanno cosa vuole dire fare il sindaco o l’assessore».

Mi sembra di capire che nel Pd ci sia sul punto una pluralità di sfumature.
«Diciamo così».

Cosa fa adesso?
«Sono amministratore di una società».

Ha attualmente qualche incarico di partito?
«No, e non cerco cariche. Ci sono tanti modi oggi per fare politica».

Come mai nessuno vuole più fare il sindaco o l’assessore?
«Per anni c’è stata una selezione “avversa”: veniva scelto solo chi non aveva nulla da fare o da perdere, proprio per segnare il distacco con la politica di professione. A questo aspetto si è aggiunto il tema delle indennità per gli amministratori locali. Fino ad un anno fa, faccio un esempio, il sindaco di Milano prendeva meno del consigliere regionale del Molise. Con tutto il rispetto per quest’ultimo, ma credo che il sindaco di Milano abbia qualche responsabilità in più».

Crede che il ministro Nordio riuscirà a portare a casa la riforma della giustizia?
«Non sono così sicuro che la maggioranza che sostiene il governo Meloni sia compatta sulle posizioni di Nordio. Staremo però a vedere».