La testimonianza

I test ai magistrati? Servivano già nel 1983

Francesco Damato

Mi permetto di rendere una modesta testimonianza d’imputato a sostegno della prova psicoattitudinale per i magistrati. Contro la quale si sono levate ancora più alte che in passato le proteste degli interessati, evidentemente consapevoli che questa volta la rischiano più del solito, in un Parlamento meno intimidito o intimidibile di altre occasioni. È il 1983. Il Parlamento sta per essere sciolto con un annodi anticipo e l’ufficio di presidenza della prima commissione d’inchiesta parlamentare sulla tragica fine di Aldo Moro decide di chiudere in cassaforte, senza sottoporla a discussione, una relazione che pure aveva chiesto attraverso il governo ai servizi segreti sulle «connessioni internazionali del terrorismo».

Si vuole risparmiare così al Partito comunista italiano, a ridosso della campagna elettorale, la scomodità di un dibattito che potrebbe smentire l’autoleggenda di un terrorismo rosso italiano autoctono, senza mani, manine e manone d’oltre cortina di ferro, o affini. Qualcuno spesosi molto in alto contro questa leggenda non gradisce l’operazione silenziatrice e mi fa avere il rapporto integrale, che io pubblico sulla Nazione fra le proteste, pensate un po’, anche del senatore a vita Leo Valiani. Egli scavalca il Pci e reclama sul Corriere della Sera una mia “esemplare” punizione, cioè l’arresto. Che è previsto come obbligatorio in caso di violazione di segreto di Stato, come dovrebbe ritenersi quel documento per quel “riservatissimo” stampato vistosamente sul frontespizio.

 

 

 

IL DOCUMENTO

Io invece ritengo - come dopo due anni riconoscerà anche il governo con una lettera alla Procura Generale della Corte d’Appello di Roma che obbligherà gli inquirenti a lasciarmi in pace, dopo avermi negato il rinnovo del passaporto e comminato una decina di giorni di arresti domiciliari - che quel rapporto ha perduto la sua riservatezza nel momento stesso in cui è approdato in una commissione parlamentare di quaranta fra deputati e senatori di qualsiasi parte politica.
Uno dei quali infatti - peraltro in pendenza delle indagini prontamente avviate contro di me e la celebre testata toscana - metterà quel rapporto fra i documenti allegati ad una sua relazione di minoranza sulle conclusioni della commissione d’inchiesta bicamerale.

Assistito dal compianto e mitico avvocato Adolfo Gatti e convocato da un sostituto procuratore della Repubblica di Roma destinato a fare carriera, mi presento al primo e unico interrogatorio di questa mia vicenda giudiziaria. Il magistrato fa sedere me e l’avvocato davanti alla sua scrivania, si alza, raggiunge la porta, la chiude a chiave, torna al suo posto e mi chiede le generalità. Trascritte le quali a macchina da un verbalizzante, mi sento chiedere, sempre dal sostituto procuratore: «Ha subìto altre condanne?». Io rispondo chiedendo a mia volta: «Debbo allora considerarmi già condannato alla fine di questa inchiesta?».

 

 

 

INQUISITORE

Non l’avessi mai fatto. Il mio inquisitore rivendica animatamente la legittimità di questa «domanda di rito». E io di rimando: «Un rito, direi, discutibile». E lui ancora più animatamente, anzi animosamente, mi intima di non fare «lo spiritoso» e di raccontargli piuttosto da chi avessi ricevuto il rapporto. Che peraltro ho consegnato spontaneamente agli agenti della polizia giudiziaria mandati qualche giorno prima in redazione con un ordine di perquisizione. E tornati poi a casa, quasi all’alba, sempre per perquisizioni.

Evito, su suggerimento rivoltomi prima dell’interrogatorio dall’avvocato, di non rivendicare esplicitamente il diritto sgradito a molti magistrati alla copertura delle fonti e ricorro al solito espediente destinato purtroppo a diventare dopo molti anni vero, cioè il normale traffico di certe notizie, dossier e simili: la busta anonima trovata nella buca delle lettere del giornale e a me destinata col nome e cognome scritti in stampatello. «Questo lo va a raccontare a suo nonno», grida il sostituto procuratore. E io: «No, questo lo racconto a Lei, come tanti colleghi fanno ad altri magistrati senza essere aggrediti».

Qui finisce la mia testimonianza, con una doppia domanda dalla quale vorrei una risposta dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri, così severo in questi giorni verso il guardasigilli di centrodestra Carlo Nordio e la politica, in genere. Eccola: quella mattina di quarantuno anni fa, già prima quindi delle stagioni giudiziarie invasive del 1992 e oltre, chi meritava di più una visita psicoattitudinale? Io o il sostituto procuratore poi soccombente ma destinato lo stesso a salire in carriera, credo senza cambiare stile e metodo di lavoro? I nomi in questa storia non contano, anche se mi sono offerto da testimone. Contano i fatti.